Lia è energia che accoglie. Un sorriso aperto, mani sempre in movimento e una cucina che sa di casa. Con lei non sei cliente: sei parte. Ti fermi, torni.
Quando Lia parla dell’Irlanda, non la racconta come un semplice luogo in cui si è trasferita, lasciando Caserta. La racconta come un posto in cui si è riconosciuta. Non è solo una questione di lavoro o di opportunità, ma qualcosa di più profondo, che ha a che fare con il modo in cui ci si sente dentro un luogo.
“In Italia c’è il senso della famiglia ma non il senso della comunità”, dice. Ed è da qui che comincia tutto. Arriva nel 2001 con pochi soldi e trova lavoro dopo poche settimane. Per anni torna solo d’estate, per mantenersi agli studi in Italia, finché a un certo punto decide di restare. Senza grandi piani, ma con una sensazione molto chiara: “Io mi sono sentita a casa anche senza lingua. Non mi sono mai sentita così straniera.”
Quello che la colpisce non è solo la possibilità di lavorare, ma il modo in cui le persone si relazionano. Un senso di comunità che si manifesta nelle cose più semplici, ma anche nei momenti più difficili. “Abbiamo avuto momenti in cui siamo stati male, proprio male fisicamente. Però abbiamo potuto contare su persone che hanno fatto stare i bambini bene. Questa cosa ti dà una serenità. È come stare bene anche quando non stai bene.” È una sicurezza che si riflette anche nella vita quotidiana: uscire la sera, tornare tardi, lasciare i bimbi nel giardino a giocare senza la costante paura. “Sento molto questo senso di sicurezza.”

Un progetto “lento”
Oggi Lia vive a pochi km da Galway città e porta avanti Pastacrisciut, un progetto che nasce quasi per caso e cresce nel tempo, senza forzature. Tutto comincia da una focaccia fatta per le amiche, poi un tavolino, poi un piccolo truck. Ogni sabato e domenica è al Saint Nicholas Market, uno dei cuori più vivi della città, insieme a Massimo, presenza fondamentale al suo fianco, colonna del lavoro e della vita. È lì che si vede davvero cosa intende quando parla di comunità. I figli crescono tra le bancarelle, in uno spazio condiviso dove gli adulti si danno una mano senza bisogno di chiedere. Se serve, qualcuno li tiene d’occhio, li accoglie, li protegge, gli compra il gelato. È una normalità che per lei ha un valore enorme.
E poi c’è il modo in cui si lavora insieme. Al mercato, come più in generale in Irlanda, la competizione non è vissuta come una minaccia: l’altro non è qualcuno da cui difendersi, ma qualcuno che porta valore. Più scelta significa più persone, più movimento, più possibilità per tutti. “Più siamo e più lavoriamo.” È una mentalità che Lia sente lontana da quella che ha conosciuto in Italia, e che le ha permesso di costruire il suo spazio senza sentirsi mai in competizione aggressiva con gli altri.l suo banco riflette perfettamente questa idea: una cucina semplice, riconoscibile, fatta di dolce e salato, di focacce, panini, piatti tradizionali e dolci che parlano di casa.
Il nome Pastacrisciut viene proprio da lì, da un ricordo d’infanzia: la pasta della nonna lasciata a lievitare sotto le coperte, il calore domestico, la memoria che diventa gesto.

Il piacere del cucinare
“Quello che cucino è perché mi piace. Se devo proporre io le mie cose, devono essere cose mie, devo sentirle.” Nei suoi piatti c’è il Sud Italia, la famiglia, le domeniche, i sapori netti e semplici. Anche un panino diventa racconto: come quello con la cotoletta, che per lei è quasi una metafora della sua vita in Irlanda: la croccantezza del pane che ricorda il tempo imprevedibile dell’Isola, le patate amate dagli irlandesi, il formaggio che si scioglie, il pollo che incontra il gusto locale, ma soprattutto il ricordo universale della gita, del panino preparato a casa, della semplicità che resta. Un equilibrio tra due mondi, senza forzature.
Prima di arrivare a tutto questo, però, Lia ha fatto anche un altro percorso. Ha lavorato in ristoranti importanti, anche in Germania, in contesti stellati. Un’esperienza che cercava, che voleva nel suo percorso, ma che le ha fatto capire cosa non voleva. Troppa rigidità, troppo controllo, una precisione che lasciava poco spazio all’emozione, uno “shock sociale”, come lei stessa definisce, se paragonato all’esperienza irlandese. “Non è il mio stile”, racconta. E forse è proprio lì che si definisce la sua cucina di oggi: meno perfezione formale, più verità. Oltre ai mercati, Lia porta la sua cucina anche nelle case delle persone. Organizza piccoli laboratori, momenti in cui si cucina insieme, si impasta, si fa la pasta, si condivide il tempo prima ancora del cibo. Non è solo un servizio, è un’esperienza conviviale, quasi familiare, che ricrea quel senso di tavola condivisa tipico della cultura italiana, ma che in Irlanda trova una risposta sorprendentemente naturale.
Piccolo è bello: l’artigianalità

Nonostante il successo, non ha intenzione di trasformare tutto in qualcosa di più grande. “La mia idea è tenerlo artigianale. Non voglio aumentare la produzione.” È una scelta che nasce anche da un’altra convinzione molto chiara: mantenere i costi accessibili. “Secondo me il cibo buono veramente deve essere per tutti.” Crescere troppo significherebbe inevitabilmente alzare i prezzi, perdere quel rapporto diretto e quella semplicità che oggi permettono alle persone di tornare, di fidarsi, di sentirsi parte. “La gente si fida. Tornano. Spargono la voce.” E poi c’è la differenza più concreta, quella che si sente ogni giorno. “La vita costa, però con i soldi che prendi puoi vivere tranquillamente.” E ancora: “La serenità economica o anche giornaliera, quotidiana che io c’ho qua non ce l’ho in Italia.”
Nel suo racconto non c’è idealizzazione, ma una convinzione chiara: l’Irlanda è un posto in cui si può provare. In cui si può rischiare, senza sentirsi bloccati. “I passi avanti sono rischiosi, ma i passi indietro li puoi sempre fare. Perciò prova.”
La storia di Lia è fatta di scelte semplici, di tentativi, di cose nate piano. Ma soprattutto è la storia di un equilibrio trovato altrove: tra lavoro e vita, tra radici e cambiamento, tra indipendenza e comunità. Un posto in cui, anche partendo da zero, si può arrivare a sentirsi — davvero — a casa.

