BOTTEGHE OSCURE | Cementine di Calabria, il bello del mattone

Nel dicembre del 1906, dopo un unโ€™estate e un autunno inclementi di pioggia, una spaventosa tempesta di grandine provocรฒ le ire del fiume Crati che si abbattรฉ sulle tane dei cosentini. Ma, ieri come oggi, la natura รจ responsabile solo in parte della furia distruttiva. Giร  dalla fine dellโ€™Ottocento, infatti, una vera e propria โ€œfebbre ediliziaโ€, con abitazioni tirate senza alcun criterio estetico ed edilizio affiancate a eleganti palazzotti, aveva gonfiato a dismisura i quartieri bassi della cittร  di Cosenza.

L’epopea di Mancuso e Ferro

Alla โ€œCastagnaโ€ aveva sede lโ€™opificio Luigi Mancuso e C. (poi โ€œDitta Mancuso e Ferroโ€) che con i suoi innumerevoli manufatti in cemento contribuรฌ per decenni alla grande espansione della cittร  verso Nord. E fu anche uno dei siti maggiormente danneggiati dalla tempesta del 1906. Insieme al Tannino, collocato sulla sponda opposta del Crati, la fabbrica di laterizi che aveva aperto i battenti nel 1903ย contribuรฌ a dare alla cittร  di Cosenza un primo germe di sviluppo industriale.

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Un campionario di cementine che si producevano alla Mancuso e Ferro

Cementine

Piรน di mezzo secolo dopo, alla fine di novembre del 1959, la furia degli elementi si abbattรฉ sulla fabbrica. Le acque raggiunsero i due metri di altezza, inghiottendo materiali e attrezzature – si apprende dalla documentazione del Genio Civile. Allโ€™epoca la Mancuso e Ferro era la fabbrica piรน importante della cittร , dava lavoro a circa 150 operai e da soli tre anni aveva aperto dei saloni di rappresentanza in piazza Fera. In poco piรน di mezzo secolo di vita i suoi manufatti in cemento erano apprezzati soprattutto fuori regione, oltre a ornare gli edifici borghesi della cittร  dei bruzi. Il fiore allโ€™occhiello del campionario era rappresentato dalle cosiddette โ€œcementineโ€ in pasta colorata, dette anche โ€œpastineโ€. Si trattava di mattonelle dai motivi delicati ed eleganti utilizzate anche oltre gli anni โ€™30 del Novecento in sostituzione dei vetusti pavimenti in argilla pressata.

Fabbrica, amianto e musei mancati

Delle pregevoli cementine della Mancuso&Ferro dai motivi geometrici o floreali restano solo alcuni esemplari che ornano il muro di cinta del vecchio stabilimento alla Castagna. Beffarda memoria di unโ€™eccellenza che fu. Nonostante da alcuni anni siano stati rimosse le tettoie in amianto, causa di patologie tumorali per gli abitanti di via Carducci e dintorni, la vecchia fabbrica-zombie รจ ormai lโ€™ombra di se stessa. ยซIn questo quartiere in passato trascurato, e in particolare sul sito dove sorge lโ€™ex fabbrica, il Comune ha in programma di realizzare il Museo di arte contemporanea nellโ€™ambito di un percorso culturale che inizia dal Museo allโ€™Aperto Bilotti e termina proprio nella cittร  anticaยป scriveva nellโ€™aprile del 2015 lโ€™Ufficio del portavoce dellโ€™allora sindaco Mario Occhiuto. Una reinterpretazione visionaria rimasta carta morta per un glorioso reperto di archeologia industriale che (forse) รจ piรน facile dimenticare che recuperare.

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Il rendering del museo che aveva in mente Occhiuto sul sito della Mancuso&Ferro

La ciminiera e il pompiere

Tra le prime fotografie pubblicate dai giornali calabresi troviamo, nel 1905 sulla prima pagina della Cronaca di Calabria, quella della grande ciminiera della fabbrica di laterizi โ€œAlettiโ€ a Rende. Il terremoto dellโ€™8 settembre di quellโ€™anno aveva provocato ingenti danni alla struttura. La ciminiera doveva essere demolita, ma nessuno ovviamente aveva intenzione di arrampicarsi fino allโ€™altezza di 45 metri. ยซSi era in sul forse se demolirlo a colpi di cannone โ€“ scrive il periodico cosentino โ€“ o se far venire da Bologna unโ€™apposita scala per raggiungere lโ€™altezza del fumajuoloยป, quando un coraggioso alla fine spuntรฒ fuori: il caporale dei pompieri Estro Menabue.

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La ciminiera Aletti sulla Domenica del Corriere del 26-10-1905

Il bolognese Menabue, insieme al tenente Barattini e al pompiere Finelli che rimasero sulla tettoia, si arrampicรฒ per iniziare il lavoro e riuscรฌ, dopo sei ore, a demolirne una parte consistente. Le foto dellโ€™evento rimbalzarono sugli organi di informazione, passando dalla Cronaca di Calabria ai giornali nazionali. Perfino sul diffusissimo La Domenica del Corriere si diede spazio allโ€™evento con tanto di foto della ciminiera ancora intera, compreso il pompiere arrampicato in lontananza, e foto della ciminiera ormai dimezzata.

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Imprenditori del Nord

La fabbrica di laterizi della famiglia Aletti rappresentรฒ una realtร  industriale di importanza notevole per il territorio, sia per la portata della produzione e per la mole dello stabilimento, sia perchรฉ la famiglia non si limitรฒ alla produzione di mattoni ma estese la sua azione in molti settori, dalle ferrovie alle piccole miniere, dalle segherie agli impianti idroelettrici. Ne ricostruisce le vicende, attraverso i fondi superstiti dellโ€™archivio della famiglia, una pubblicazione edita nel 1989 da Editoriale Progetto 2000 e curata da Roberto Guarasci e Silvia Carrera. Uno spaccato interessantissimo della vita economica calabrese tra fine โ€˜800 e inizi โ€˜900, quando questa famiglia di imprenditori giunti dal Nord, da Varese per la precisione, incrociรฒ la propria storia con quella di molti โ€œsimboli del progressoโ€ di una Calabria che con un poโ€™ di ritardo si affacciava nellโ€™etร  contemporanea.

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La fabbrica di Laterizi ‘Aletti’ di Rende alcuni anni fa

Lโ€™acquedotto dello Zumbo, ad esempio, quello del Merone, e soprattutto vari tronchi ferroviari tra cui la tratta Cosenza-Pietrafitta, e ancora ponti, strade, palazzi. In molte di queste opere si possono ancora vedere grandi porzioni realizzate proprio con i mattoni prodotti nella mattoneria di Rende e marchiati con il caratteristico simbolo della โ€œAโ€ stilizzata in un triangolo inscritto in un cerchio. A Rende, nella zona di Surdo, la presenza della fabbrica di laterizi fu una svolta. Lavoro sul posto e materiale a portata di mano possono spiegare il gran numero di edifici a mattoni a faccia vista che sorsero nella zona attorno alla vasta fabbrica, caratterizzando quella porzione del territorio di Rende. Nel 1906 gli Aletti costituirono una societร  per aprire una nuova fabbrica a Trebisacce, sullo Ionio, unโ€™altra realtร  vivace in cui la fabbrica Aletti impiegรฒ un gran numero di operai.

I mattoni rendesi

Rende, in veritร , ha una โ€œstoria di mattoniโ€ molto piรน antica, che getta le radici nella presenza di argilla utilizzabile per la realizzazione di diversi manufatti in terracotta. Gli oggetti da cucina in terracotta, โ€œterraglieโ€, erano da secoli una delle produzioni tipiche della zona, evolutisi poi nella produzione su piรน larga scala di laterizi tanto che a metร  Ottocento, come scrive Giovanni Sole, vi operavano ben sette fabbriche di vasi, tegole e mattoni che impiegavano sessanta dipendenti, tra cui ventuno donne. Si trattava comunque di opifici artigianali e a conduzione familiare e per trovare esempi di dimensione piรน โ€œindustrialeโ€ ci volle il nuovo secolo, quando oltre a quella di Aletti operavano anche le fabbriche di laterizi Magdalone e Zagarese.

Dodici ore di lavoro al giorno

Nella metร  dellโ€™Ottocento quella dei laterizi era, comunque, una delle industrie piรน importanti della Calabria Citra, con opifici sparsi oltre che a Rende anche a Fiumefreddo, Lago, Longobardi, Carolei, Roggiano, Paola e Cosenza. Il lavoro era duro, le fornaci e le calcare richiedevano tanta fatica, sudore e legna da ardere. Le fabbriche di mattoni di Fiumefreddo, riporta ancora Sole, occupavano otto uomini e due donne per 12 ore al giorno, con una produzione di tegole e mattoni concentrata nei mesi estivi, quando si lavorava di continuo giorno e notte, mentre per gli altri oggetti di terracotta la produzione continuava tutto lโ€™anno.

Operai nella fabbrica di Trebisacce nel 1931 (foto tratta dal volume di Guarascio e Carreri, Editoriale Progetto 2000)

Archeologia industriale

I ruderi di molte di queste fabbriche sono ancora oggi i testimoni muti ma eloquenti di quellโ€™epoca. Delle fabbriche rendesi i ruderi della Aletti, sulla strada che da Saporito va a Marano Marchesato, sono i piรน imponenti. Un complesso di archeologia industriale che riflette ancora la cura con cui venne realizzato, utilizzando quegli stessi mattoni che vi si producevano sia per le parti strutturali che per le parti decorative. Nel corso degli ultimi anni le proposte di riutilizzo sono state tante, perfino la creazione di un Museo della civiltร  industriale, ma allo stato attuale tutto sembra ancora fermo.

Migliore sorte รจ toccata allo stabilimento di Trebisacce, che conserva ancora lโ€™alta ciminiera in mattoni, dove la ex fornace Aletti-Palermo รจ al centro di un consistente progetto di recupero. Molto altro รจ andato invece perduto irrimediabilmente sotto i moderni picconi dello sviluppo edilizio a tutti i costi. A Cosenza, ad esempio, la ciminiera e ciรฒ che restava della Mattoneria Pupo, posta proprio accanto allo stadio San Vito-Marulla, รจ stato demolito intorno al 2010 per fare posto a moderni edifici. รˆ il progresso, bellezza.