Tra Schettini e i passatisti c’è la scuola che ripensa se stessa

6 Marzo 2026
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Pochi giorni fa il direttore de ICalabresi.it, Michele Giacomantonio, ha scritto un articolo, un commento nello specifico, in merito a uno dei fenomeni social del momento: il prof di Fisica Schettini. Il docente aveva partecipato, in qualità di ospite, a una delle serate del Festival di Sanremo. Le sue lezioni social alimentano il dibattito critico sul ruolo dell’insegnante oggi.

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Caro Michele,

Come ti avevo promesso, ti propongo qui le mie riflessioni sul tuo articolo su Schettini. Mi sono preso un po’ di tempo in più per rifletterci perché considero l’argomento di primaria importanza, il punto che sollevi è serio, e sarebbe sciocco liquidarlo come l’ennesima querelle tra apocalittici e integrati. Il rischio che la scuola venga colonizzata dalle logiche della visibilità, della monetizzazione dell’attenzione, della semplificazione elevata a metodo, è reale. Ed è giusto dirlo con chiarezza. Quando la lezione si trasforma in performance, quando il docente smette di avere davanti a sé degli studenti e comincia, più o meno consapevolmente, a immaginare un pubblico, allora qualcosa si incrina. Non soltanto nella didattica, ma nell’idea stessa di formazione.

Non possiamo più permetterci una risposta semplice

E tuttavia il problema, forse, è proprio qui: nel fatto che non possiamo più permetterci il lusso di una risposta semplice. Perché se da un lato è vero che l’irruzione dei social dentro i luoghi dell’apprendimento porta con sé la tentazione della scorciatoia, dall’altro sarebbe ingenuo pensare di poter difendere la scuola ritirandoci romanticamente in una Arcadia pedagogica. Come se bastasse arroccarsi in nome della profondità, del libro, del tempo lento, della parola non spettacolare, per sentirsi assolti. Come se il passato, solo perché passato, fosse di per sé una garanzia.
Non è così. Anche perché ciò che chiamiamo “nuovo” corre con una velocità tale da rendere vecchie perfino le forme della sua presunta novità. I social si succedono con ritmo frenetico: quelli che ieri apparivano come il volto del futuro, oggi sembrano già reperti museali. Facebook rispetto a Instagram, Instagram rispetto a TikTok, e TikTok rispetto a ciò che verrà. In questo scenario, il problema non è soltanto inseguire la modernità: è che la modernità stessa si consuma prima ancora di diventare forma stabile. E allora la scuola, l’università, chi insegna, chi prova ancora a dare forma a un sapere, si trovano dentro una temporalità spiazzante, in cui ogni adattamento rischia di arrivare tardi e ogni resistenza rischia di sembrare senile.

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Il prof influencer Vincenzo Schettini

La questione Schettini è un sintomo, non un singolo caso

Per questo la questione Schettini, più che chiudersi in un giudizio sul singolo caso, dovrebbe essere letta come un sintomo. Se ciò che avanza è davvero il docente ridotto a brand, il sapere piegato a intrattenimento, la classe trasformata in platea emotiva, allora sì: bisogna armarsi di tutto punto. Bisogna difendere la specificità della scuola e dell’università come luoghi in cui non tutto è equivalente, in cui il consenso non coincide con la verità, in cui la simpatia non sostituisce la competenza, in cui la capacità di “bucare lo schermo” non può diventare il criterio occulto della legittimazione didattica.
Ma se, invece, dietro l’allarme si nasconde anche un’altra questione, allora il quadro cambia. E cambia molto. Perché forse non ci viene chiesto di applaudire l’influencerizzazione della docenza, bensì di riconoscere che le forme tradizionali della trasmissione del sapere non bastano più da sole. Forse la pressione che avvertiamo non nasce soltanto dal trionfo dei social, ma anche dall’esaurimento di alcune nostre abitudini. Di certi automatismi della lezione frontale. Di una didattica che troppo spesso ha scambiato la serietà per immobilità, la profondità per opacità, l’autorevolezza per distanza.

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La relazione viva del sapere

E qui il discorso si fa più scomodo. Perché costringe noi, prima ancora degli studenti, a interrogarci. Non basta denunciare l’algoritmo se continuiamo a pensare che insegnare significhi semplicemente ripetere, in forme stanche, ciò che abbiamo imparato a fare in un altro ecosistema storico e culturale. Non basta dire che i social semplificano, se poi non riusciamo più a costruire attenzione senza confondere complessità e oscurità. Non basta evocare la risonanza, se non ci chiediamo in che modo oggi si possa ancora produrre davvero una relazione viva con il sapere.

Le sfide dell’IA

A complicare tutto, poi, arrivano le intelligenze artificiali. E qui il terreno si fa ancora più incerto. Perché le IA non sono soltanto un nuovo strumento: sono una sfida diretta alla forma-università che abbiamo conosciuto. Ci obbligano a ripensare esercizi, verifiche, scrittura, studio, persino il valore da attribuire alla memoria e alla mediazione del docente. Ci mettono davanti a una domanda che non possiamo eludere: che cosa deve diventare la didattica quando l’accesso alle informazioni, la sintesi dei contenuti e perfino una parte della loro rielaborazione non dipendono più principalmente dal lavoro umano dello studente?
Ecco perché forse non siamo né davanti alla fine della scuola né davanti alla sua salvezza tecnologica. Siamo, più banalmente e più drammaticamente, nel mezzo del guado. In un passaggio in cui il mondo ci appare insieme incerto e pieno di possibilità. Ed è proprio questa compresenza a disorientarci. Perché intuiamo che qualcosa va difeso, ma non sappiamo più se difenderlo significhi conservarlo intatto oppure trasformarlo per salvarne il nucleo.

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Una scena del film “A Serious Man” dei fratelli Coen

Non è una sfida tra innovatori e conservatori

Forse la vera linea di discrimine non passa tra innovatori e conservatori, ma tra chi subisce le forme nuove e chi prova a governarle criticamente. Il punto non è diventare tutti Schettini, ma neppure fare della nostalgia un programma pedagogico. Il punto è capire se sia possibile abitare questo tempo senza inginocchiarsi né davanti all’algoritmo né davanti al mito di una purezza perduta.
In fondo, caro Michele, la tua preoccupazione è giusta. Ma altrettanto giusto sarebbe riconoscere che non possiamo cavarcela soltanto dicendo no. Dobbiamo imparare a distinguere. A separare la necessità di rinnovare i linguaggi dalla tentazione di mercificare la relazione educativa. A riconoscere che esiste una differenza decisiva tra rendere accessibile un sapere e renderlo innocuo; tra suscitare attenzione e mendicare consenso; tra entrare nel presente e lasciarsene inghiottire.

La scuola, l’università, l’insegnamento tutto intero stanno forse qui: in questo equilibrio difficile, esposto, mai definitivo. Non più nel recinto protetto di un’Arcadia perduta, non ancora nella piena integrazione con il mondo degli schermi. In mezzo. Nel guado, appunto. E forse la nostra responsabilità, oggi, è proprio questa: non fingere che la traversata non esista, ma provare ad attraversarla senza consegnare l’educazione né al mercato né alla nostalgia.

Walter Greco

Walter Greco

Walter Greco è professore associato di Sociologia Politica al DiSPES dell’Università della Calabria. Le sue ricerche indagano le trasformazioni sociali indotte dalla globalizzazione, i flussi migratori, le discriminazioni e le forme contemporanee di pregiudizio. È direttore scientifico del Laboratorio d’Ateneo "Capire", dove sviluppa progetti di ricerca e intervento sui cambiamenti sociali e sui processi di inclusione

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