di Giovanna Vingelli,
Centro di Womens’ Studies – Unical
Il 25 novembre è trascorso da pochi giorni ed è diventato negli ultimi anni uno dei momenti più riconoscibili nel calendario civile italiano. Scuole, istituzioni, università e media dedicano tempo, spazio e parole al tema della violenza maschile contro le donne. Questa attenzione è a volte confinata in una dimensione rituale: intensa ma circoscritta, emotiva ma poco analitica. Una volta conclusa la giornata internazionale, il tema torna ai margini del discorso pubblico e dell’agenda politica. Proprio per questo divario tra commemorazione e continuità del fenomeno è oggi necessario andare oltre la cornice celebrativa, interrogando le radici della violenza, le politiche che non riescono a prevenirla, le resistenze culturali che la alimentano e le narrazioni che la rendono meno visibile.
La natura strutturale della violenza
Per comprendere la portata della violenza di genere, occorre innanzitutto riconoscerne la natura strutturale. La violenza non è un insieme di episodi isolati, né un’emergenza straordinaria da affrontare periodicamente: è una delle modalità attraverso cui si mantiene e si riproduce l’ordine patriarcale. Il patriarcato non è soltanto una tradizione culturale, ma un sistema storico e dinamico di dominio che organizza la società distribuendo potere e libertà, privilegi e risorse, in modo diseguale tra uomini e donne. Attraverso la divisione sessuale del lavoro, la svalutazione del lavoro di cura, i ruoli prescritti e gli immaginari collettivi, questo sistema definisce ciò che è considerato legittimo aspettarsi dalle donne – disponibilità, docilità, cura – e ciò che è invece attribuito agli uomini – autorità, iniziativa, controllo.

Una delle forme di rappresentazione del patriarcato
La violenza non è soltanto uno dei mezzi attraverso cui il patriarcato si impone: ne costituisce la matrice originaria, la condizione che rende possibile la sua stessa riproduzione. Il sistema patriarcale non si limita a ricorrere alla violenza quando una donna tenta di sottrarsi al controllo – lasciando una relazione, rivendicando autonomia economica o affettiva, rifiutando ruoli prescrittivi –, ma si fonda sin dall’inizio sulla disponibilità, esplicita o implicita, a esercitare quella violenza. Essa rappresenta l’orizzonte entro cui si formano comportamenti, aspettative e rapporti di genere. Quando una donna mette in discussione le gerarchie che il patriarcato considera naturali, necessarie, inevitabili, la violenza può emergere come risposta sistemica, come meccanismo interno di autoriproduzione dell’ordine.
Allo stesso tempo, essa può manifestarsi come risposta individuale, attraverso gli atti concreti di uomini che percepiscono la libertà femminile come una minaccia all’equilibrio simbolico e materiale su cui poggiano i loro privilegi. In questo senso, ogni episodio di violenza non è un’eccezione o una deviazione, ma il riaffiorare della logica profonda che sostiene il sistema patriarcale stesso: una logica di dominio che si rinnova tanto nelle strutture collettive quanto nelle relazioni più intime.

Un fenomeno dalle radici collettive
Questa prospettiva non cancella l’individualità dei comportamenti, ma sottolinea le radici collettive del fenomeno: la violenza maschile contro le donne non è fatta solo da singoli uomini, ma è resa possibile da un contesto culturale, istituzionale e relazionale che la normalizza, la minimizza e, in ultima istanza, la riproduce. Inoltre, essa si intreccia con altri sistemi di dominio – classe, razza, età, disabilità, orientamento sessuale, status migratorio – dando vita a forme differenziate di vulnerabilità. Le donne che si collocano all’intersezione di più assi di discriminazione sperimentano spesso violenze più intense, invisibili e difficili da denunciare. Per questo parlare di violenza significa parlare di disuguaglianze, e parlare di disuguaglianze significa affrontare le radici profonde di una struttura sociale.
La recente indagine Istat del 2025 – la prima dopo undici anni – conferma questa lettura strutturale. Più del 31% delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subito una forma di violenza fisica o sessuale, e circa 1,7 milioni hanno sperimentato violenze da un ex partner. I dati mostrano una costante nel tempo: la violenza domestica e i femminicidi non diminuiscono, nonostante campagne di sensibilizzazione, modifiche legislative e crescente attenzione mediatica. Rispetto al 2014 emergono però dinamiche complesse. Da un lato aumenta la consapevolezza, diminuisce la tolleranza sociale verso alcune forme di aggressione, cresce la capacità delle donne di nominare il proprio vissuto. Dall’altro lato, le trasformazioni culturali non sembrano incidere sulle condizioni materiali che rendono la violenza possibile: la precarietà economica, la fragilità dei servizi, la dipendenza affettiva, la mancanza di protezione istituzionale. Così, mentre cambiano le parole per descrivere il fenomeno, il fenomeno stesso resta sorprendentemente stabile.

Le ricerche di ActionAid
Le ricerche di ActionAid sul tema – in particolare Perché non accada (2025)– mostrano come il tessuto quotidiano della violenza sia intriso di stereotipi e micro-violazioni. Una parte rilevante degli uomini continua a giustificare la violenza in alcune circostanze; molte forme di molestia vengono percepite come “fastidi” e non come violazioni; le donne interiorizzano l’idea che alcuni comportamenti maschili siano inevitabili, o parte dei copioni relazionali normali. Questa normalizzazione è uno dei principali ostacoli alla prevenzione. L’Italia investe pochissimo in politiche educative e culturali capaci di intervenire sugli immaginari sociali, sui ruoli di genere, sui modelli affettivi e sessuali. La prevenzione resta spesso affidata a iniziative frammentarie e locali, incapaci di trasformare il quadro strutturale. Senza modificare i sistemi di significato in cui la violenza si radica, ogni intervento rischia di rimanere episodico, e ogni dato di tornare, ciclicamente, a ripetersi.
Nel 2024 l’Unione europea ha compiuto un passo significativo con la Direttiva 2024/1385, che per la prima volta affronta in modo organico la violenza contro le donne, includendo anche le forme digitali. La Direttiva stabilisce standard comuni per l’armonizzazione dei reati e dei diritti delle vittime e riconosce esplicitamente che la violenza di genere è radicata nella discriminazione strutturale. Eppure, nonostante questo avanzamento, il testo finale non contiene una definizione di stupro basata sull’assenza di consenso. La scelta, frutto di un compromesso politico, segnala quanto sia ancora difficile, anche sul piano europeo, trasformare i modelli culturali della sessualità.
La questione del consenso
La mancata inclusione del consenso come criterio centrale mostra che i residui del paradigma patriarcale continuano a influenzare le politiche pubbliche, anche quando queste si presentano come innovatrici. Il contesto italiano riflette questa tensione tra norme e realtà. Il Piano nazionale 2021–2023 è stato prorogato e poi sostituito con ritardo; la produzione dei dati è lenta; il finanziamento dei centri antiviolenza è insufficiente e discontinuo; il coordinamento interistituzionale debole; la formazione degli operatori non omogenea. Il monitoraggio GREVIO sulla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa segnala un divario crescente tra la qualità formale del quadro normativo e la sua effettiva implementazione. L’Italia appare così come un Paese che produce leggi, ma che fatica a garantire tutela concreta.

Il reato di femminicidio
L’introduzione, qualche giorno fa, del reato autonomo di femminicidio nel 2025 costituisce un gesto politico importante: riconoscere nel codice penale l’esistenza di un omicidio che colpisce le donne in quanto donne significa ammettere il carattere strutturale della violenza. Tuttavia, senza un sistema di prevenzione solido, il rischio è che la norma rimanga prevalentemente simbolica. La difficoltà di dimostrare l’intenzionalità di dominio o discriminazione, l’asimmetria territoriale nell’applicazione della legge e l’assenza di risorse adeguate per la protezione potrebbero limitare la portata trasformativa del nuovo reato. Ancora più emblematico è il caso della riforma dell’articolo 609-bis, che avrebbe definito la violenza sessuale in base all’assenza di consenso.
L’approvazione unanime alla Camera sembrava indicare un cambiamento epocale, ma la sospensione dell’iter al Senato mostra quanto questo tema tocchi nervi profondi del sistema patriarcale. Il consenso mette in discussione la logica della sessualità tradizionalmente costruita sul desiderio maschile come parametro dominante e sulla presunzione che la volontà femminile sia secondaria, interpretabile, negoziabile. Introdurre il consenso significa ridefinire i rapporti di potere nell’intimità. Per questo incontra resistenze che non sono tecniche, ma culturali e simboliche.

Le resistenze
E proprio sul tema delle resistenze che vorrei concentrare la parte finale di questo articolo.
La violenza come matrice del sistema patriarcale si comprende ancora più chiaramente osservando ciò che accade quando tale ordine viene messo in discussione. Non solo le strutture sociali, ma anche i singoli uomini possono rispondere alla crescente autonomia femminile con azioni di controllo, coercizione o aggressione, percependola come una minaccia all’equilibrio identitario e ai privilegi che ritengono legittimi. Ed è proprio in questa intersezione tra dimensione strutturale e risposta individuale che prende forma una delle dinamiche più insidiose del nostro tempo: il negazionismo della violenza di genere. Questo negazionismo assume forme molteplici e sempre più sofisticate. Una prima forma è quella statistica: si mettono in dubbio i dati ufficiali, si sostiene che siano gonfiati o manipolati, si produce disinformazione per ridimensionare il fenomeno.
Una seconda forma è il falso bilanciamento, ovvero la rappresentazione della violenza domestica come un fenomeno simmetrico, in cui uomini e donne sarebbero vittime in misura equivalente, ignorando totalmente il contesto, la natura delle aggressioni, la loro letalità e la loro radice strutturale. Una terza forma – particolarmente diffusa nei media – è la patologizzazione dei femminicidi: si ricorre alla narrativa del “raptus”, dell’uomo che “perde la testa”, cancellando qualsiasi riferimento a un sistema di potere che attribuisce agli uomini diritti impliciti sul corpo e sulla vita delle loro partner.
Il fenomeno del negazionismo
Accanto al negazionismo, negli ultimi anni si è inoltre consolidato un vero e proprio backlash, una controffensiva culturale e politica che mira a indebolire le politiche di genere e a delegittimare chi le porta avanti. Questo backlash non è spontaneo né disorganizzato: si nutre del clima di polarizzazione, sfrutta la retorica della crisi della mascolinità, e trova terreno fertile nella crescente radicalizzazione di alcuni gruppi. Tra questi, i movimenti della cosiddetta manosphere – dai Men’s Rights Activists (MRA) ai gruppi “antifemministi” fino alle comunità più estreme – stanno diventando sempre più agguerriti e “professionalizzati”. Producono contenuti, report, contro-analisi pseudo-scientifiche, campagne coordinate sui social, podcast e video che imitano il linguaggio dell’attivismo e dell’informazione.

Questi gruppi non negano soltanto la violenza maschile: la reinterpretano, la ridimensionano, la ridicolizzano o la ribaltano. Spesso presentano gli uomini come le “vere vittime” di un presunto “sistema” sbilanciato a favore delle donne – una narrazione priva di fondamento empirico ma estremamente efficace nel rendere il patriarcato non solo invisibile, ma addirittura invertito nella percezione di alcuni. In questo scenario, la discussione pubblica sulla violenza di genere si riempie di improvvisazione, di opinioni prive di basi, di esperti/e improvvisati/e che occupano spazi mediatici influenti.
Il risultato è una confusione discorsiva che indebolisce la capacità collettiva di riconoscere la radice strutturale della violenza e di elaborare risposte coerenti e basate su evidenze. Ed è qui che la dimensione individuale della violenza – l’uomo che uccide la compagna, che controlla il telefono, che isola, che perseguita – torna a connettersi con la dimensione sistemica. Il negazionismo e il backlash non sono semplici opinioni: sono parte del sistema di dominio stesso. Rendono la violenza più difficile da nominare, da riconoscere, da prevenire. Alimentano un clima in cui la parola delle donne è continuamente messa in discussione, dove la credibilità delle vittime viene erosa, dove le politiche di contrasto rischiano di essere svuotate dall’interno.
Il ruolo dei centri antiviolenza
In questo contesto, credo il ruolo dei centri antiviolenza e della ricerca sia non solo fondamentale, ma politico nel senso più pieno del termine. Le donne devono essere credute, ascoltate, accompagnate nei percorsi di fuoriuscita, sostenute nell’autonomia economica e abitativa, è necessaria la produzione di saperi, di monitoraggio delle politiche, di contrasto alle narrazioni distorte. Questa azione sistemica può dispiegarsi pienamente solo all’interno di un lavoro di rete effettivo, strutturato e riconosciuto, in cui diversi soggetti collaborano in modo coordinato. La cooperazione non è un accessorio, ma una condizione imprescindibile. Tuttavia questa collaborazione, che la Convenzione di Istanbul e le migliori pratiche internazionali indicano come essenziale, non è sempre garantita. Spesso manca il riconoscimento reciproco, che produce isolamento e fragilità dove invece il backlash e la crescente ostilità dei gruppi antifemministi aumentano vertiginosamente.

In conclusione, per superare la ritualità del 25 novembre occorre ricollocare la violenza nel suo contesto politico, sociale e simbolico. La violenza maschile sulle donne è una questione di democrazia, non di devianza individuale. Richiede politiche strutturate, risorse adeguate, investimenti nella prevenzione, un sistema di protezione efficiente e una trasformazione culturale profonda. E richiede la capacità di resistere al backlash, mantenendo ferma la lettura strutturale della violenza, senza arretrare di fronte alla sua negazione, banalizzazione o improvvisazioni sul tema. Parlare di violenza non significa soltanto ricordare, ma cambiare: cambiare le istituzioni, i rapporti sociali, i linguaggi, i modelli affettivi, i gesti quotidiani. Il 25 novembre è un giorno necessario; ma ciò che conta davvero è tutto ciò che accade il 26, il 27 e ogni giorno in cui la lotta contro la violenza di genere deve continuare a essere, prima di tutto, una lotta per la libertà.

