Vorrei iniziare con una domanda provocazione: che fine ha fatto โla mano invisibile del mercatoโ nelle scelte del centrodestra?
Giร solo a leggere i programmi economici, si intuisce un caos spaventoso. Si passa dalle grandi opere infrastrutturali, tipo Ponte sullo Stretto e Alta Velocitร ferroviaria (quale volano keynesiano dello sviluppo e della creazione di ricchezza) alla flat-tax di Laffer, quale strategia fiscale a supporto della crescita e dei consumi ( e qui siamo in piena supply side economics) fino ad arrivare, nelle scelte degli enti locali territoriali, addirittura, alla gestione semi diretta (simil-IRI per intenderci) di impianti termali, di aeroporti e chissร di cosโaltro ancora.
Centrodestra: tanti voti e poche idee?
La risposta piรน ovvia, ma da evitare, รจ sempre quella: attese le diversitร delle anime politiche che lo abitano, il centrodestra resterebbe un efficacissimo cartello elettorale ma un debolissimo progetto politico ed economico.
Tale caratteristica legittimerebbe le asimmetrie ideologiche e il coacervo, apparentemente irrazionale, di approcci alle questioni di politica economica. Troppo semplice, quasi banale.
La mia impressione รจ che ciรฒ sia dovuto a qualcosa di piรน problematico: si tratterebbe, al contrario, di una risposta politica alla complessitร di una fase storica che non consente lussi, quali lโeleganza metodologica piuttosto che lโortodossia ideologica, nella definizione delle policy.

Il centrodestra ha abbandonato ormai da tempo la polverosa identitร del sogno berlusconiano per sfociare in un pragmatismo deputato a fare sintesi tra liberismo-liberalismo, sovranismo e destra sociale.
A ben vedere, le tre anime ideologiche del centrodestra stanno provando a cedere quote parte della propria sovranitร culturale a vantaggio di un passaggio successivo capace di riallinearle sotto una comune veste strutturale.
Sarร , forse, la formula istituzionale del (semi) presidenzialismo la nuova frontiera comune del centro destra? E quale DNA economico animerร il nuovo contenitore liberale dei conservatori italiani?
Che si fa con la destra sociale?
Deglobalizzazione ed emergenze ambientali, di sicuro, offriranno poco spazio a nostalgie di governance ispirate al liberismo puro.
Dโaltra parte, considerando che, in termini elettorali, allo stato, Lega e Forza Italia, insieme, pesano meno di Fratelli dโItalia, appare ovvio immaginare una precisa riconfigurazione delle direttrici di politica economica, non propriamente ispirate al sovranismo e al liberismo della Lega e di alcuni settori di Forza Italia.

Tuttavia, e qui sta la novitร , molti politologici e troppi economisti tendono, inspiegabilmente, a sottovalutare la significativa matrice di destra sociale che caratterizza Fratelli dโItalia. Identificare la destra sociale nella destra liberista (o presunta tale) di Berlusconi e Salvini rappresenterebbe un grande errore e non restituirebbe la vera immagine della coalizione attualmente al governo. Le battaglie su periferie, ceti deboli, ruolo dello Stato, emarginati, famiglie, artigiani sono da sempre il terreno di coltura della destra sociale e di Fratelli dโItalia.
Liberali all’italiana: il centrodestra e il mercato
Lโimpressione รจ che si vada verso una nuova economia sociale di mercato capace di coniugare crescita e redistribuzione passando per il rafforzamento pubblico degli asset infrastrutturali (energia, autonomia alimentare, digitale, trasporti) senza arrossire dinanzi alla necessitร della difesa degli interessi nazionali.
Presidenzialismo, identitร nazionale, nuove autonomie territoriali, Europa, mercato, politiche redistributive: il nuovo partito dei liberali italiani, forse, sta giร muovendo i primi passi.

Attenzione tuttavia a non confondere, come spesso accade, tale possibile evoluzione con il modello renano (o neo corporativo) prevalente in Germania o Giappone, dove coesistono libertร di mercato, concertazione, dirigismo e, soprattutto, sindacati proattivi.
La sfida italiana รจ piรน sottile e, nello stesso tempo, meno agevole.
Dinanzi ad uno scenario inedito, fatto contemporaneamente di lotta al debito pubblico e di inflazione a doppia cifra, che politica economica e fiscale possiamo permetterci? E ancora, cosa significa essere liberali o attenti al sociale, con risorse pubbliche mai cosรฌ rare e con imprese mai cosรฌ insicure in termini di aspettative?
Oltre le Regioni
Occorre, forse, che questo centrodestra ripensi il paradigma dellโeconomia sociale di mercato. Un primo ordito metodologico potrebbe consistere nel rilancio (finalmente) del capitale civico, dellโeconomia civile e del protagonismo territoriale delle categorie. Costruire cioรจ unitร geopolitiche diverse dalle attuali Regioni (troppo indistinte ed inefficienti) ed aggregare policy e territori sulla base di filiere produttive e sociali condivise.
Il centrodestra potrebbe tentare di approcciare, ad esempio, la questione meridionale rivoluzionando la scala degli interventi e piuttosto che varare lโennesimo piano decennale per il Sud (fatalmente destinato al flop, al pari dei suoi predecessori come la legge 64/1986) puntare finalmente su programmi di filiera capaci di aggregare territori omogenei e non โRegioniโ ormai prive di senso identitario e politico.

ร ora di dire basta ai soliti POR e agli ormai ventennali partenariati regionali fantasma che nulla discutono, tutto approvano e poco spendono.
Il dibattito รจ aperto. Servirebbe un poโ di coraggio. Politico. Anche europeo.

