«In una Chiesa che non ha problemi non ci voglio stare, io sono il primo dei peccatori». Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, usa parole che spiazzano, del resto il francescano diventato cardinale in una terra difficile e armata, conosce bene la potenza delle parole. Nel Rendano, tornato salotto buono della città, annuncia il Vangelo senza quasi mai citarlo, parla a una platea che non è composta dagli “ultimi”, ma da una élite cittadina, quella del mondo rotariano che ha fatto di tutto per averlo qui e il caso o per qualcuno la Provvidenza, hanno fatto sì che questo avenisse nel giorno in cui Cosenza celebra la Madonna del Pilerio, sua protettrice.
Al netto del rapporto che si ha con la Fede o con la casualità, se il massimo rappresentante della Chiesa Cattolica in quella parte del mondo dilaniato è giunto a Cosenza è anche perché il Vescovo della città è Giovanni Checchinnato, un uomo che non ha mancato di assumere spesso posizioni coraggiose su temi sociali e globali.

Un uomo disarmato
Pizzaballa è un uomo disarmato, che però quando è stato necessario ha lavorato come «un martello pneumatico» per far arrivare il necessario a Gaza sotto attacco da mesi. Ed è qui che torna la potenza delle parole, perché per poter dialogare con i servizi israeliani e conquistare la possibilità di entrare a Gaza e poi anche con Hamas, per avere il permesso di distribuire i viveri senza farsi sparare addosso, gli saranno servite le parole più forti del mondo.
Parole che comunque hanno funzionato, infatti quel poco che a Gaza è arrivato è stato coordinato anche dalla chiesa di Gerusalemme: oltre duemila tonnellate di cibo e acqua. Sembrano tanto, ma alla fine sono risultati poco davanti alla tragedia che lì si è consumata e ancora non è finita, come lo stesso cardinale ha avvisato. Ancora una volta il coraggio delle parole torna a reclamare la chiarezza, perché laggiù non c’è la pace, «resta l’emergenza» che si deve affrontare facendo «rete tra tutte le associazioni». Immaginate di dover rifare tutto, perché lì non è rimasto niente e di dover anche individuare le priorità.
Un uomo come il francescano di Gerusalemme non ha dubbi: si riparta costruendo le scuole, perché «tre anni senza scuola annientano una generazione». La scuola come luogo di rinascita sociale, di accoglienza e crescita, costruzione d’una identità nazionale. Pizzaballa sa tutto questo, lo sanno anche quelli che su quelle scuole hanno lanciato le bombe, per questo è da lì che serve ricominciare.

La forza delle parole
Lui è «un Pastore, non un politico», ma sa che con la politica deve fare i conti, ogni giorno, e quando lo fa non dimentica di «partire dalla parole di Cristo». Devono essere quelle a dargli la determinazione e la forza per dichiarare ancora una volta che «quanto è accaduto a Gaza è inescusabile, a qualcuno non piacerà, ma è così». Torna ancora la potenza delle parole, quelle che in tanti non hanno avuto il coraggio di trovare, quelle eluse per codardia, opportunismo, complicità.
Pizzaballa invece queste cose le dice senza enfasi, senza furore, solo con la fermezza e lo strazio di chi ha visto e non può tacere perché ha promesso di essere testimone credibile di verità.
Un ruolo questo, che il Patriarca attribuisce alla Chiesa tutta intera, perché «in una guerra in cui le parole sono state strategiche», bisogna trovarne di chiare e parlare di «dialogo, pace, dignità dei popoli, giustizia per tutti»
Anche un uomo come lui ogni tanto vacilla, non la Fede, ma nella forza. Sente il peso della solitudine, di cui comunque «non si deve avere paura se si vuole restare liberi», il peso della consapevolezza della tragedia di una terra e di un popolo. Ma se quell’uomo non sente il peso della Croce, anzi è convinto che quel segno significhi vittoria, non sconfitta, allora ecco che torna a lavorare per dare vita a relazioni di pace, credendo davvero «che un giorno ci si possa perdonare».
Ce ne vuole di forza e coraggio, ma Pizzaballa non intende disertare la sua trincea, sa che serve andare avanti, «perché se non lo facciamo, la Chiesa perde il sale» E senza sale, tutto perde sapore.

