di Francesca Pignataro
Dalle Ande peruviane alle piantagioni di canna da zucchero in India, migliaia di lavoratrici agricole sono state private della fertilità con la forza o l’inganno. Un’indagine tra storia e attualità svela come la povertà, il debito e la discriminazione abbiano reso i loro corpi un ennesimo terreno di sfruttamento.

Sterilizzazione forzata
Nel corso degli ultimi decenni, in diversi angoli del mondo sono emersi casi di sterilizzazione forzata a danno di donne vulnerabili, spesso appartenenti a comunità rurali e impiegate in agricoltura. In Perù, negli anni ‘90, il governo di Alberto Fujimori lanciò una massiccia campagna di “pianificazione familiare” rivolta soprattutto alle popolazioni indigene andine. Il risultato fu che oltre 300.000 donne, per lo più Quechua e Aymara di zone contadine, subirono legature delle tube o isterectomie senza un consenso informato. Molte di queste donne, spesso analfabete e monolingui in lingue native, furono ingannate o costrette: fermate per strada da operatori sanitari, caricate su camion verso cliniche improvvisate e operate d’urgenza con la promessa di un aiuto, salvo scoprire solo dopo di non poter più avere figli.
Una forma di violenza per ridurre la natalità di poveri e indigeni
Organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato questo programma come una forma di violenza di genere di massa, mirata a ridurre la natalità tra i poveri e gli indigeni: oggi, a distanza di quasi trent’anni, tali sterilizzazioni forzate sono riconosciute come violazioni gravissime e oggetto di procedimenti per crimini contro l’umanità.

Anche negli Stati Uniti affiorano nella storia ombre simili. A Porto Rico, territorio sotto controllo statunitense, tra gli anni ’30 e ’70 si registrò un tasso altissimo di sterilizzazioni femminili: circa un terzo delle donne portoricane in età fertile fu sottoposto a legatura delle tube entro il 1968. Molte donne, impiegate nelle fabbriche tessili o nell’agricoltura di sussistenza, accettarono sotto pressione l’operazione come metodo contraccettivo definitivo. Nella California continentale, invece, fu l’eugenetica a guidare le sterilizzazioni coatte: tra il 1909 e il 1979, lo Stato mise in atto un programma che sterilizzò circa 20.000 persone, in maggioranza donne considerate “inadatte alla riproduzione” e spesso di origine latina o poverissime o con disabilità, allo scopo dichiarato di eliminare quelli che si consideravano “mali sociali”.
Le vittime sono giovanissime
La giovanissima età di molte vittime, in media 17 anni, e il carattere coercitivo degli interventi eseguiti in istituti pubblici o carceri senza reale consenso resero queste pratiche un inquietante modello, al punto da ispirare persino le leggi razziali naziste negli anni ’30. Solo di recente la California ha riconosciuto questa pagina buia, approvando risarcimenti per i sopravvissuti e bandendo definitivamente le sterilizzazioni non necessarie nelle proprie prigioni.

In Europa centro-orientale, il bersaglio delle sterilizzazioni coercitive sono state soprattutto le donne rom. Nell’ex Cecoslovacchia, dal regime socialista degli anni ’70 fino ai primi anni 2000, migliaia di donne rom sono state sterilizzate senza consenso informato, spesso subito dopo il parto cesareo: i medici facevano firmare moduli alle pazienti rom mentre erano in travaglio o in stato di incoscienza post-operatoria. Questa prassi, giustificata con pregiudizi etnici, ha privato intere comunità rom della possibilità di avere figli. Solo nel 2009 il governo ceco ha presentato scuse ufficiali, e nel 2021 è stata approvata una legge per compensare le vittime di quelle sterilizzazioni illegali.

In nessun luogo, tuttavia, la connessione tra sfruttamento del lavoro agricolo femminile e sterilizzazione forzata appare tanto diretta quanto nello stato indiano del Maharashtra, uno dei maggiori produttori di zucchero al mondo. Ogni anno, alla fine dei monsoni, circa 1,5 milioni di lavoratori migranti convergono nelle vaste piantagioni di canna da zucchero di questa regione, attirati dalla stagione della raccolta. Provengono in gran parte da distretti cronicamente colpiti dalla siccità, come Beed, dove i raccolti locali falliscono e l’unica risorsa è vendere la propria forza lavoro altrove. Queste famiglie indebitate prendono anticipi in denaro dai caporali, impegnandosi a lavorare sei-otto mesi nei campi di canna. La maggior parte dei contratti informali vincola al lavoro in coppia: vengono assunti insieme marito e moglie, o padre e figlia, zio e nipote, perché il lavoro è organizzato a squadre di due.
Spose bambine
Ciò incentiva anche i matrimoni precoci: ragazze poco più che bambine vengono date in sposa così da formare un “coppia” lavorativa e poter essere ingaggiate nei campi. Una volta sul posto, i lavoratori, spesso con i figli piccoli al seguito, vivono in accampamenti di fortuna senza acqua potabile né servizi igienici. Ogni giorno iniziano a tagliare canna prima dell’alba, per proseguire fino al pomeriggio inoltrato, segando i tigli di canna alti e pesanti, legandoli in fasci da 40-50 kg e caricandoli sui carri o camion per la consegna.

In questo regime lavorativo estenuante, qualsiasi interruzione ha un costo. I contratti informali prevedono infatti penali per ogni giorno di lavoro perso: se una coppia salta un turno per malattia, gravidanza o altri motivi viene multata o le viene detratta una quota dall’anticipo ricevuto. A fine stagione, i conti non tornano mai: nonostante mesi di fatica, molti padroni sostengono che i lavoratori “hanno ancora un debito” e li costringono a tornare l’anno seguente per saldarlo, intrappolandoli in un ciclo di servitù per debiti che si rinnova ad ogni raccolto. In queste condizioni, le lavoratrici sono spinte a non fermarsi mai, nemmeno quando il loro corpo lo richiederebbe. Il risultato è che molte donne finiscono per lavorare incinte fino allo sfinimento, subendo frequenti aborti spontanei.
Le denunce emerse negli ultimi anni rivelano infatti un meccanismo coercitivo sottile ma implacabile: pur di evitare le “pause biologiche” imposte dal loro corpo, come il ciclo mestruale, la gravidanza, il post partum, migliaia di braccianti si sono fatte asportare l’utero. Isterectomia è il termine medico per la rimozione chirurgica dell’utero, un intervento che normalmente è indicato solo per patologie serie. Nella cintura della canna da zucchero indiana è invece divenuto una sorta di “soluzione universale” imposta alle donne lavoratrici. “Il ciclo ogni mese causava dolori e giorni di fermo, e dopo due figli mio marito e i medici mi hanno detto: tanto l’utero non ti serve più, togliamolo”, racconta Bhanubai Shinde, 32 anni, una bracciante di Beed operata nel 2021.
La storia di Shinde
Shinde soffriva di mestruazioni abbondanti e si era rivolta alla clinica locale per trovare sollievo; i sanitari le hanno prospettato scenari terrificanti, come il rischio di sviluppare il cancro, spingendola ad accettare l’intervento anche se avrebbe voluto altri figli. Come Shinde, innumerevoli altre donne nell’ultimo decennio sono cadute nella stessa trappola. Spesso a spingere in questa direzione non sono solo i dottori privati, che incassano l’equivalente di 500 dollari per ogni isterectomia, ma anche i datori di lavoro e i familiari. I caporali dei campi hanno imparato che una donna “senza ciclo” è una lavoratrice più produttiva, non chiede giorni di riposo e non rimane incinta, quindi incoraggiano o offrono prestiti alle braccianti perché si sottopongano all’operazione fuori stagione, in tempo per la raccolta successiva.

I numeri di quella che ormai viene chiamata “la crisi delle isterectomie” nel Maharashtra rurale sono scioccanti. Già nel 2018 alcune ONG locali avevano condotto indagini porta a porta nel distretto di Beed trovando che oltre un terzo delle donne aveva avuto un’isterectomia, a fronte di una media nazionale intorno al 3%. Su pressione della società civile, le autorità statali avviarono nel 2019 un’indagine ufficiale: i risultati confermarono oltre 13.000 casi di rimozione dell’utero in dieci anni tra circa 80.000 braccianti donne monitorate, vale a dire un’incidenza del 17%, concentrata soprattutto nelle fasce di età 25-35. Perfino ragazze sotto i 25 anni risultavano operate, alcune appena ventenni, già madri di uno-due figli e poi rese sterili per sempre. Le conseguenze sanitarie emergono col tempo: le donne “senza utero” riferiscono dolori cronici, aumento di peso, invecchiamento precoce per squilibri ormonali, depressione e altri problemi fisici e mentali che le rendono ancora più fragili in un lavoro già massacrante.

L’inerzia delle istituzioni
Di fronte alle rivelazioni sempre più numerose, prima raccolte da attivisti locali, poi portate alla luce da testate internazionali come The New York Times, The Guardian, Reuters e altre le autorità indiane non sono rimaste completamente inerti. Già nel 2019 il governo del Maharashtra istituì una commissione d’inchiesta e promise misure correttive: vennero annunciate visite mediche obbligatorie e screening periodici per le lavoratrici della canna da zucchero, nel tentativo di dissuadere i medici dall’effettuare interventi non necessari e di individuare per tempo eventuali abusi. Si parlò di controllare più strettamente le cliniche private nella regione di Beed e di punire i dottori collusi con sanzioni penali. Soprattutto, le amministrazioni locali assicurarono che avrebbero migliorato le condizioni di lavoro nei campi, ad esempio vietando le multe per i giorni persi per motivi di salute. Tuttavia, secondo i difensori dei diritti sul campo, poco è realmente cambiato.

“Le donne continuano a essere spinte all’isterectomia, nonostante le promesse di riforma”, denuncia Manisha Tokle, (attivista per i diritti umani nel distretto di Beed, nello Stato del Maharashta, impegnata nella difesa dei diritti dei lavoratori e nell’empowerement femminile) evidenziando come il ricatto economico sia rimasto intatto. Negli ultimi anni la vicenda ha guadagnato visibilità nazionale: nel 2023 un reportage del New York Times ha suscitato scalpore, al punto da costringere anche i giganti internazionali acquirenti di zucchero, come Coca-Cola e Pepsi, a rilasciare dichiarazioni di sdegno e a impegnarsi a “indagare” sulle proprie filierec. All’inizio del 2025 nuovi articoli e proteste locali hanno portato la questione all’attenzione del governo centrale: l’ufficio del Primo Ministro indiano ha richiesto chiarimenti e il Ministero della Salute ha avviato un ulteriore inchiesta sul campo a Beed.
Resta da vedere se queste promesse si tradurranno in azioni concrete e durature. Finora, la domanda di giustizia delle lavoratrici sterilizzate rimane in gran parte inevasa.

