Una nuova montagna da immaginare

Per anni, anche in Calabria, abbiamo creduto che la neve rappresentasse il solo modello di sviluppo per i territori montani. Sbagliavamo e oggi che il cambiamento climatico è ineludibile, è urgente ripensare il rapporto con la montagna

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                                                                                                  di Lucia Groe,

                                                                                                 Dispes – Unical

Per decenni il turismo montano in Calabria è stato costruito attorno a un immaginario preciso: la neve come simbolo di sviluppo, modernità e riscatto economico. Un immaginario che ha finito per orientare politiche pubbliche, investimenti e narrazioni territoriali, imponendo un modello sci-centrico spesso estraneo alla storia e alla complessità sociale di questi luoghi. Impianti di risalita e piste da sci sono diventati così non solo infrastrutture turistiche, ma dispositivi culturali, chiamati a rappresentare un’idea di progresso. Oggi, però, l’evidenza climatica racconta tutt’altra storia. Oggi quella visione mostra tutti i suoi limiti.

Il lago di Ariamacina nel Dicembre di alcuni anni fa, quasi gelato e sotto com’è adesso.

Il cambiamento climatico è già qui

Il cambiamento climatico non è una previsione futura, ma una realtà già visibile nelle montagne calabresi. L’innevamento naturale è sempre più raro, discontinuo, imprevedibile. Le stagioni sciistiche si accorciano, quando non saltano del tutto, mentre i costi di gestione degli impianti aumentano e l’uso della neve artificiale si rivela economicamente e ambientalmente insostenibile.

Eppure si continua a rincorrere un modello nato in un altro tempo, ignorando una domanda fondamentale: ha ancora senso basare il futuro delle aree montane calabresi su un turismo che dipende dalla neve?

Il Pollino fotografato all’alba

Il destino delle montagne calabresi

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Dalla Sila al Pollino, passando per l’Aspromonte e le Serre, lo schema che si ripete è fin troppo riconoscibile: investimenti pubblici a intermittenza, strutture sottoutilizzate, economie locali appese a poche settimane l’anno. Un turismo fragile, vulnerabile alle crisi climatiche e di mercato, che non crea comunità, non trattiene giovani, non costruisce filiere durature.

La montagna, però, non è solo inverno. E soprattutto non è solo sci. È una ricchezza ancora poco raccontata e poco praticata.

L’incanto dei colori dell’autunno in Sila

Le montagne calabresi custodiscono un patrimonio straordinario: parchi nazionali, biodiversità unica, borghi antichi, tradizioni agro-pastorali, cammini, foreste secolari, enogastronomia identitaria, silenzi e paesaggi che sempre più viaggiatori cercano come alternativa al turismo di massa. In un’epoca segnata dall’overtourism delle grandi destinazioni, questi territori rappresentano un’opportunità concreta di undertourism: luoghi autentici, poco affollati, capaci di offrire esperienze profonde senza essere consumati.

Nuove modi di vivere i territori

Negli ultimi anni cresce infatti una domanda di turismo lento, esperienziale, naturalistico e culturale. Un turismo che privilegia il tempo lungo, il contatto con le comunità locali, l’ascolto dei territori. Escursionismo, trekking, cicloturismo, turismo forestale, osservazione della fauna, laboratori del gusto, residenze artistiche, turismo spirituale e dei cammini sono tutte esperienze coerenti con un modello sostenibile, che richiede meno infrastrutture invasive e più competenze, narrazione e visione.

Ripensare il turismo montano significa soprattutto destagionalizzare: costruire un’offerta capace di vivere dodici mesi l’anno, generare reddito diffuso e rafforzare il tessuto sociale. Un turismo che non consuma il territorio, ma lo abita, lo rispetta e lo valorizza. Una scelta culturale prima ancora che economica, e inevitabilmente politica.

Boschetto di Pini Loricati

La Calabria come laboratorio

In questo senso, le aree montane calabresi potrebbero diventare un laboratorio nazionale di adattamento climatico, dimostrando che la fine della neve non coincide con la fine del turismo, ma con l’inizio di una nuova fase fondata sulla sostenibilità, sulla qualità dell’esperienza e sull’equilibrio tra uomo e ambiente.

Il nodo centrale, oggi, non è di natura tecnica, ma culturale e politica. Riguarda la capacità di riconoscere l’esaurimento di modelli che non rispondono più alle condizioni ambientali, sociali ed economiche attuali, e di compiere una scelta di discontinuità. Una scelta che richiede coraggio pubblico e visione di lungo periodo: investire non in soluzioni emergenziali o infrastrutture pesanti, ma in formazione, competenze diffuse, reti territoriali, servizi leggeri, mobilità sostenibile e forme di promozione capaci di raccontare i luoghi senza snaturarli.

L’Aspromonte è uno scrigno di forre e cascate

Una maniera differente di immaginare la montagna

La montagna calabrese non ha bisogno di essere “salvata” con interventi emergenziali, ma immaginata per quello che può essere: un luogo vivo, abitato, attrattivo, capace di parlare a un turismo consapevole, responsabile e rispettoso. Parafrasando Messner “la montagna non è un luogo da conquistare, ma uno spazio da rispettare e ascoltare”, perché essa non si esaurisce nella vetta ma nel dialogo che instaura con chi la percorre.

Oltre la neve c’è un altro racconto possibile. Sta alla Calabria decidere se iniziare a scriverlo.

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