Il “buon selvaggio” che non c’è più e la cattiva coscienza della civiltà

La storia della famiglia che viveva nel bosco ha suscitato un attacco contro i Servizi sociali e il Tribunale dei minori. Un misto di populismo nostalgico del mito del buon selvaggio e di tattica politica per acquisire consensi

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La favoletta romantica della famiglia che viveva nel bosco, fuori dal mondo moderno e cattivo, è andata in pezzi davanti alla realtà fatta di dure privazioni. Non ci si deve stupire però se in molti si siano schierati in difesa di quel modello di vita, come se nel bel mezzo di una post modernità galoppante avesse ripreso fiato il fascino – a dire il vero parecchio ipocrita – del buon selvaggio. E’ come se in tanti, di colpo divenuti consapevoli del grado di alienazione delle nostre esistenze, desiderassero vite libere da vincoli sociali, da routine inumane, da lavori avvilenti. Insomma, una bella casetta nel bosco, come quella della ormai stranota e allegra famigliola, però certamente con luce e acqua calda e, ovviamente, una rete internet bella veloce.

Il mito del Buon selvaggio, contrapposto all’uomo civilizzato

Una idea primitiva di libertà

Il clamore cresciuto attorno alla vicenda della famiglia eremita, maldestramente cavalcata da una destra che difende una idea primitiva di libertà figlia di visioni ultraliberiste, è assai rappresentativo dei tempi che attraversiamo: ci piacciono i “selvaggi”, ma noi vogliano restare “civili”. Un poco come quando all’inaugurazione della Torre Eiffel nel 1889, in occasione dell’Esposizione universale, sulla destra all’ingresso c’erano le gabbie con dentro uomini condotti lì da mondi esotici, come attrazioni circensi.

Il ministro Nordio ha annunciato una indagine sul Tribunale che ha sottratto i bambini alla famiglia

La storia della famiglia che aveva rinunciato alla modernità però merita anche altri punti di osservazione, per esempio di carattere sociopolitico, considerato che la destra in generale e il governo stesso, specificatamente nella figura del ministro Nordio, hanno attaccato la dolorosa decisione del tribunale di separare i minori dai loro genitori.

La famiglia nella Costituzione 

“La famiglia nel nostro sistema giuridico e sociale non è una istituzione intoccabile, ma viene, secondo le norme, controllata dallo Stato che contribuisce al benessere dei componenti e specificatamente dei minori”, dice con chiarezza Donatella Loprieno, docente Unical di Diritto Costituzionale. Nel caso in cui la famiglia non garantisse, per condizioni economiche, o come in questo caso per una sorta di scelta ideologica, il benessere dei propri membri, si rivela necessario l’intervento dello Stato.

Non si tratta di una invadenza delle autorità sulle scelte educative della singola famiglia, come la destra ha affermato reclamando un infondato principio di libertà, ma un obbligo legato al dettato costituzionale che afferma che “è dovere-diritto dei genitori educare e istruire i figli”. Non l’intervento di un ipotetico autoritarismo statale, ma al contrario una forma di soccorso a tutela dei diritti dei più vulnerabili, “perché un conto è la scelta di due adulti di vivere allo stato brado, ben altro è se in questa scelta sono coinvolti due minori”, spiega la giurista.

La scuola come luogo di relazioni

In effetti nella sentenza che ha determinato l’allontanamento momentaneo dei bambini dalla famiglia, uno degli aspetti più rielevante riguarda la sfera relazionale, che nel caso dei minori mancava in modo grave. Come si sa i bambini non andavano a scuola, che non è solo il luogo dove si imparano le cose, ma a quell’età è “anche e soprattutto il luogo della socialità, del confronto tra pari, della costruzione dell’affettività, dell’apprendimento delle regole basilari della vita sociale”, prosegue Loprieno e appare evidente che per una scelta dei genitori queste opportunità sono state negate ai figli.

La scuola è il luogo dove si costruiscono relazioni sociali
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Nell’attacco forsennato scagliato contro chi ha “osato strappare” i bambini ai genitori sono finiti anche i Servizi sociali, che in realtà avevano da tempo avviato un confronto con quella famiglia, nel tentativo di trovare una mediazione che garantisse il benessere dei minori, tentativi mai accolti dai genitori. “A quei bambini – afferma Donatella Loprieno –  mancavano le cose essenziali come l’assistenza di un pediatra, un grado di istruzione verificato da una istituzione scolastica”, oltre che una dignitosa qualità materiale di vita.

In queste condizioni ogni balzana idea di romanticismo, legata alla scelta di sfuggire alle regole sociali, si infrange contro la mancanza di livelli minimi di igiene e sicurezza. Quella casetta non era un luogo incantato dentro una favola.

L’invadenza dello Stato

L’aggressione sferrata contro “l’invadenza dello Stato”  nei confronti delle scelte educative della famiglia svela una visione ultraliberista della società, in cui ognuno fa quel che vuole e lo Stato è ridotto a ruolo residuale, una specie di ritorno a un mondo da Far west, in cui le decisioni individuali valgono più del bene collettivo, mal sopportando una idea di Stato che invece ha il dovere di intervenire per mitigare le disuguaglianze e la sofferenza sociale dei singoli e delle comunità.

Di qui l’attacco contro i Servizi sociali, assalto che giunge da lontano, dai tempi ormai dimenticati di Bibbiano, quando gli assistenti sociali furono messi sotto accusa, per poi essere successivamente assolti , ma senza l’attenzione mediatica che li aveva disegnati come criminali. L’immagine degli assistenti sociali subisce ancora lo stigma di quelli che “portano via i bambini alle famiglie”, mentre il loro lavoro è di cura a attenzione verso le fragilità sociali, particolarmente diffuse sui territori.

Il ruolo degli assistenti sociali è determinante per mitigare le disuguagliane e le sofferenze sociali

Il ruolo fondamentale dei Servizi sociali

“Il Servizio sociale svolge tra le comunità un lavoro capillare, affrontato tra mille difficoltà e spesso con risorse umane e materiali insufficienti”, afferma con fermezza la docente Unical. La presa in carico di situazioni complesse sul piano sociale, la ricerca di soluzioni adeguate al benessere delle persone, la cura di minori maltrattati, di donne in difficoltà, di famiglie senza risorse, di anziani soli, sono alcune delle “trincee” quotidiane dentro le quali si consuma il lavoro degli assistenti sociali, che al di là del clamore occasionale e negativo, operano in silenzio.

Quelli che oggi protestano contro le strutture dello Stato che hanno sottratto momentaneamente i bambini alla bella favola della vita nel bosco, sono gli stessi che con uguale veemenza reclamano che i tribunali portino via i bambini alle famiglie Rom. Perché forse non tutti i selvaggi sono buoni, mentre evidentemente molti  “civilizzati” sono cattivi.

 

 

 

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