Santa Lucia, la luce che acceca e rigenera

In un’epoca moderna, dove i falò si accendono tra luminarie LED e i riti si ibridano con il turismo, Lucia rimane un monito. Restano anche gli studi tra le Calabrie di Vincenzo Dorsa, religioso arbëresh ed etnografo ante litteram

Condividi

Recenti

In Calabria, luogo di migrazioni antiche – greche, romane, bizantine, albanesi – e dove il “sacro” sta indissolubilmente insieme con il “profano”, la festa di Santa Lucia diventa un palinsesto antropologico, un rito che contiene dolore, purificazione e rinascita, sopravvissuto nei paesi montani e nelle valli affacciate sul mare. E a decifrare i codici, con uno sguardo che univa erudizione filologica e sensibilità etnografica, fu Vincenzo Dorsa, un sacerdote arbëresh che, nel tardo Ottocento, illuminò le persistenze pagane sotto la patina del cattolicesimo.

Etnografo ante litteram

Nato nel 1823 a Frascineto, paese arbëresh nel cuore del Pollino cosentino, Dorsa proveniva da una famiglia di origini albanesi, discendenti di quei profughi fuggiti dall’Albania ottomana nel XV secolo. Nipote del vescovo Domenico Bellusci, entrò giovane nel seminario greco di San Benedetto Ullano, abbracciando il rito bizantino-greco che caratterizzava le comunità italo-albanesi. Ordinato sacerdote nel 1846, Dorsa non si limitò al ministero pastorale, ma fu un intellettuale poliedrico, critico letterario, traduttore e, soprattutto, etnografo “ante litteram”.

La sua prima opera importante, “Su gli Albanesi, ricerche e pensieri” (1847), è un saggio pionieristico sull’identità arbëreshe, dove difende la loro dignità culturale contro i pregiudizi dell’epoca, mettendo insieme storia, lingua e folklore. Ma è con “La tradizione greco-latina negli usi e nelle credenze popolari della Calabria citeriore” (1884) che Dorsa raggiunge l’apice della sua indagine di ricercatore, analizzando come le usanze calabresi conservino echi di miti classici, spesso camuffati da feste cristiane. In quest’opera, frutto di anni di osservazioni sul campo nei paesi della Calabria settentrionale – da Cosenza a Catanzaro, passando per i suoi natii luoghi – Dorsa rivela la sua metodologia: un approccio comparativo che lega il presente contadino alle fonti antiche, da Omero a Ovidio, passando per i Padri della Chiesa.

santa-lucia-la-luce-che-acceca-e-rigenera
particolare del Martirio di Santa Lucia , opera di Caravaggio

Il culto di Santa Lucia

Proprio in questo volume, Dorsa dedica spazio al culto di Santa Lucia, celebrata il 13 dicembre, come esempio paradigmatico di sincretismo. La santa siracusana, martire del IV secolo che si cavò gli occhi per non cedere alle lusinghe pagane, diventa per lui l’erede di divinità precristiane: Lucina, la dea romana del parto e della luce nascente, ma soprattutto Leukìa, la “Bianca” delle mitologie greche, una figura marina che abbagliava i naviganti con il suo fulgore accecante.

Secondo Dorsa, il rito calabrese, oltre ad essere commemorativo, è un atto di violenza simbolica, un’iniziazione al buio per conquistare la vera vista. In alcuni paesi della Presila cosentina, o a Cerisano, Bisignano, e nel Vibonese, ad esempio a Serra San Bruno, la notte tra il 12 e il 13 dicembre vedeva i fedeli bendarsi gli occhi o strofinarli con sale, limone o cenere, invocando un bruciore purificatore. “Santa Lucia porta la luce, ma brucia”, recita il proverbio popolare che Dorsa cita, spiegando come questo dolore autoinflitto esorcizzi la paura della cecità – endemica in una società agraria segnata da malnutrizione e malattie oculari come il tracoma.

La catarsi collettiva 

Dorsa, dopo una vita dedicata allo studio delle “parlate” e delle credenze popolari, intuiva che questi riti avevano una funzione sociale profonda. In un contesto di miseria rurale, dove l’inverno simboleggiava la morte stagionale, il culto di Santa Lucia fungeva da catarsi collettiva: accettare il buio volontario significava dominare il destino, rigenerarsi alla luce del solstizio imminente. Egli collegava ciò alle Faunalia romane, feste agresti del 5 dicembre dedicate a Fauno, dio della fertilità, dove il fuoco e il sacrificio propiziavano il risveglio della terra. Non a caso, in Calabria i falò – “i fuochi di Santa Lucia” – ardono ancora forse in luoghi come Castrovillari, Scigliano, Amendolara, Cariati e Crotone, accompagnati dalla “cuccìa”, un piatto di grano bollito che Dorsa riconduce a offerte cerealicole pagane.

La notte delle lacrime

[jetpack-related-posts]

A Badolato persisterebbe la “notte delle lacrime”, con cipolle strofinate sugli occhi per invocare pianto rituale; a Settingiano, i bambini chiuderebbero le palpebre per ore prima di ricevere doni, imparando a “vedere con il cuore”.
L’eredità di Dorsa va oltre l’accademia: influenzò studiosi come Raffaele Lombardi Satriani e, indirettamente, parte dell’antropologia italiana del Novecento. In un’epoca di nazionalismi, difese le minoranze culturali, traducendo persino il Vangelo di Matteo in albanese per preservare la lingua arbëresh.

Oggi, rileggendolo, si apprezza la sua visione olistica: le tradizioni non sono reliquie, ma meccanismi di resistenza. In un’epoca moderna, dove i falò si accendono tra luminarie LED e i riti si ibridano con il turismo, Santa Lucia rimane un monito. Non è la santa della luce facile, ma è quella che ti costringe al buio per insegnarti a vedere l’essenziale. Dorsa, con la sua penna da sacerdote-erudito, ce lo ha tramandato. Forse, in questo dicembre digitale, dovremmo spegnere gli schermi e farci bruciare un po’, per riscoprire quel fuoco interiore che i nostri antenati custodivano.

Sostieni ICalabresi.it

L'indipendenza è il requisito principale per un'informazione di qualità. Con una piccola offerta (anche il prezzo di un caffè) puoi aiutarci in questa avventura. Se ti piace quel che leggi, contribuisci.

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi in anteprima sul tuo cellulare le nostre inchieste esclusive.