Repubblica ha appena festeggiato i suoi primi cinquant’anni: in moltissimi, per le variopinte vie della comunicazione, stanno raccontando il loro rapporto con il giornale. Le testimonianze più belle sono quelle dei lettori: perché ci vuole una motivazione forte ad arrivare fino all’edicola che non c’è, ogni mattina. O percorrere, magari a tarda età, le autostrade digitali per fare l’abbonamento, orientarsi su un ottimo sito con centinaia di titoli, e così via. Io sono entrato a Repubblica ormai troppo tempo fa, nell’aprile del 1980, con una borsa di studio. Non ho mai interrotto il rapporto sentimentale con il giornale, dove sono entrato quasi bambino e uscito vicedirettore. E quindi il mio racconto è parziale: si sta al giornale molto più che a casa, si sta con i colleghi molto più che con la famiglia, con tutte le complicazioni del caso. Divido la mia esperienza in due parti. La prima, mettendo insieme cinquanta piccoli flash che mi tornano in testa. La seconda invece è un racconto calabrese: il Fondatore del giornale Eugenio Scalfari era di origine vibonese e ogni tanto si esibiva in dialetto. [caption id="attachment_36031" align="alignnone" width="672"] La copertina di "I 4 gianni"[/caption] I QUATTRO GIANNI Ho appena pubblicato il libro “I 4 Gianni”, dedicato a Brera, Clerici, Mura e Minà, per la casa editrice Minerva: per una strana congiuntura della storia del giornalismo, si ritrovarono a lavorare insieme nella più bella delle redazioni sportive. Sono stato dieci anni redattore capo della sezione, per tredici ho guidato Repubblica.it. Quindi i cinquanta flash, messi insieme in ordine mentale e non cronologico, risentono della mia esperienza professionale. Come quella riga che appare su Google “Mi sento molto fortunato”. [caption id="attachment_36032" align="aligncenter" width="773"] Come nasce la prima di Repubblica. Una chicca redazionale di qualche anno fa[/caption] LE 50 COSE CHE HO VISTO COI MIEI OCCHI A REPUBBLICA 1. Quando Gianni Brera viene ingaggiato al giornale, si forma una specie di corteo che parte dalla composizione e arriva ai piani più alti. Tipografi, impiegati e giornalisti dietro di lui: solo i tifosi della Roma fanno finta di niente. 2. Ho visto Julio Velasco seduto accanto a Scalfari, ospite d’onore alla riunione. 3. Ho visto Lee Evans, il quattrocentista che protestò a Città del Messico dopo Smith e Carlos, che brinda in redazione. 4. Ho visto Gianni Mura giocare a “calcio da fermo”, nuova specialità di incerta fortuna per gli over 60. 5. Ho sentito Arrigo Sacchi impazzire per le critiche di Brera. 6. Ho ricevuto Eduardo Galeano, in cerca di storie per un suo libro sul calcio. 7. Ho ricevuto Pietro Mennea in redazione: organizzavamo un meeting per Vito Schifani, mezzofondista e uomo scorta di Falcone morto a Capaci. 8. Ho appeso il cartello “Non dar da mangiare ai redattori”, ma qualcuno ci ha creduto. 9. Ho portato Gianni Mura in giro per i ristoranti calabresi. Una volta prenotammo a Bivongi, ma eravamo soli in tutto il ristorante. Fu bellissimo. 10. Ho ospitato e partecipato a tanti e tanti forum su violenza negli stadi e razzismo, senza grandi risultati. 11. Ho visto Giorgio Bocca e Natalia Aspesi in riunione, ma a Roma venivano raramente. 12. Ho visto il mitico caporedattore centrale Franco Magagnini dare le spalle a Scalfari per protesta, poco dopo se ne andò. 13. Ho visto il vicedirettore Gianni Rocca urlare di rabbia dopo il giro di campo della Juventus con la Coppa dei Campioni, dopo la strage dell’Heysel: “Mascalzoni!” 14. Ho conosciuto giornalisti eccezionali che non firmavano mai, erano i grandi timonieri, il Verbo: il migliore si chiamava Mauro Bene. 15. Il giorno della strage di Via D’Amelio era domenica, Repubblica non usciva il lunedì. Aprimmo noi la porta al cronista Umberto Rosso, disperato. 16. Quando Repubblica cominciò a uscire il lunedì, si andava a mangiare a giornale chiuso, verso mezzanotte, nell’unico posto aperto, a Porta Pia. Oggi a mezzanotte nei giornali c’è poca gente, ed è pieno di posti aperti. 17. Confesso di aver visto cestinare (e cestinato) pezzi di Brera e Minà quando andavano troppo lunghi. Clerici e Mura mandavano la misura perfetta. 18. Alla festa per i dieci anni ci regalarono un orologio prezioso. Il mio si è rotto, il tecnico dice che il costo per aggiustarlo è maggiore del valore. Ma lo faccio lo stesso. 19. Alla festa per i vent’anni piangevo a dirotto perché cambiavo giornale. Dopo due anni e mezzo sono tornato. 20. Alla festa per i 30 anni abbiamo fatto una diretta per la web tv. 21. Alla festa dei 40 abbiamo fatto 24 ore di diretta video. 22. Alla festa dei 50 eravamo uniti e un po’ tristi, e ne mancavano molti. 23. Grazie a Rep sono andato in posti incredibili. In Albania, e c’era ancora il comunismo. Non c’erano auto, e la notte zingari invisibili pulivano le larghe strade, l’architettura ricordava l’Eur. Oggi il centro di Tirana è tutto diverso. 24. Fino al duemila, le porte erano blindate. Il terrorismo colpiva giornalisti e giornali. 25. Ho firmato solo due copertine sul Venerdì, in 45 anni: una sul cinquantenario della rivolta di Reggio e un’altra sul cinquantenario dei Bronzi di Riace. 26. Per 40 anni ho sognato di aprire le pagine calabresi di Repubblica, o di fare un accordo con il Quotidiano. C’è qualcuno che ce lo chiede ancora, ma è cambiato il mondo. 27. La Calabria? Questa sconosciuta. Tante volte ho dovuto fare uno schizzo a un collega: Gioia Tauro sta qui, Riace sta là. E Cutro più a nord. 28. Per tredici anni , 365 giorni l’anno, mi sono svegliato e sono andato a letto con il sito in testa perché ero responsabile di tutti i contenuti. Quando c’è uno spazio di due secondi fra il clic e la pubblicazione è molto facile sbagliare. E molto sbagliammo. 29. Per 13 anni, etc ho aspettato con il batticuore tutte le mattine il dato Repubblica.it vs. Corriere.it. Un numero che ti poteva cambiare la giornata. Lo aspetto ancora, se qualcuno me lo manda. 30. Quando ammazzarono Bin Laden mi svegliò la collega Raffaella Menichini, erano più o meno le cinque. Intronato dal sonno, dissi solo “0k, va bene”. E lei: “Ma hai capito che è successooooooo?”. 31. Ho conosciuto grandi firme che snobbavano internet e altre che mi scrivevano: “Mi spingi forte sul sito domattina?” 32. Ho conosciuto grandi firme che non sopportavano le critiche dei lettori: “Non farmele leggere più, mi turbano”. 33. Ho cercato di rispondere sempre alle segnalazioni. Poi sono arrivate le mailbombing. 34. Tante, tantissime volte sono stati i lettori a mandarci foto e notizie: è la bellezza del web. Bisogna leggere tutto. 35. Ho messo tanti gattini in homepage (come Buzzfeed peraltro). 36. Ho fatto molti scherzi, soprattutto con le prime mail, quando il nome del mittente si truccava facilmente. In genere erano complimenti o promozioni. Chiedo scusa per le illusioni. 37. Ho rovistato nella spazzatura digitale del giornale, io come altri, prima che i tecnici si accorgessero che c’era un cestino unico, dove tutti noi andavamo a pescare i segreti, le brutte copie degli ordini di servizio, e la traccia di qualche amorazzo clandestino. 38. Ho appeso nella mia stanza una vignetta di Altan. Padre alla figlia: “Fa’ quello che ti dico!”. “E chi sei, il web?” 39. Ho visto nascere Webnotte, un formidabile format ideato da Ernesto Assante e Gino Castaldo. [caption id="attachment_36034" align="aligncenter" width="773"] Web Notte passa sullo schermo nella festa per i 50 anni di Repubblica[/caption] 40. Piero Pelù balla su un tavolo, durante la trasmissione. Un redattore il giorno dopo guarda il video, riconosce il suo desk e se ne lamenta. 41. Una lunga serie di cantanti sono venuti a Webnotte gratis, i selfie che conservo gelosamente: da Jovanotti a Daniele Silvestri, da Claudio Baglioni a Gianna Nannini, da Caparezza a Pino Daniele. Shel Shapiro, il mio preferito. 42. Ho accompagnato Ezio Mauro dalla allora ministra della Giustizia Paola Severino, con le firme dei lettori contro non so quale riforma. Probabile che le abbia subito mandate al macero. 43. La campagna dei post-it, contro non so quale legge di Berlusconi, fu però un capolavoro, perfetta sinergia fra giornale e sito. 44. Ricordo il treno dei messaggi dei lettori, sotto la testata del sito, uno dopo l’altro H24: con un gruppo di moderatori pronti a censurare quelli scurrili contro il Cavaliere. 45. Steven Spielberg in redazione con la macchina del tempo parcheggiata nell’atrio 46. Ezio Mauro che incrocia una manifestazione in centro e mi manda una fotografia. 47. Carlo De Benedetti che segnala via smartphone la notizia di una strage dell’Isis a Parigi che non è arrivata ancora sulle agenzie. Io non riconosco il numero e chiedo “Con chi sto parlando?”. Con il proprietario del gruppo editoriale, per la precisione. Il migliore, secondo me. 48. Ho fatto in tempo a lavorare nel nuovo giornale, la grafica varata da Mario Calabresi e Angelo Rinaldi: la più bella, secondo me. 49. Confesso di aver perfino pensato che gli influencer potessero produrre contenuti giornalistici competitivi. 50. Ho visto passare centinaia di stagisti, giovani ammalati di giornalismo, ragazzi scompaginati, nulla e tutto-tenenti, altri con il sacro fuoco del mestiere, inarrestabili. Ogni tanto me ne appare uno in testa e mi chiedo: ce l’avrà fatta? *** [caption id="attachment_36033" align="alignnone" width="737"] Il primo numero di Repubblica[/caption] LA CALABRIA DI SCALFARI, E IL BIMBO CHE NON PARLAVA Scrissi questo post su Facebook nell’estate del 2022. Tutto vero. Il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia, è mancato a 98 anni Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica. In pochi hanno ricordato la sua calabresità (mi vengono in mente Giuseppe Baldessarro, Pietro Comito, Gilberto Floriani): la terra degli avi emergeva ogni tanto nei suoi libri e nei suoi scritti, per lui era spesso amore verso il nonno di cui portava il nome, professore di ginnasio e uomo di cultura. Mi fa piacere quindi raccontare una specie di apologo che lui destinò alla riunione del mattino riservata ai Capi redattori, nei giorni fantastici della sede di Piazza Indipendenza, primi anni ‘90. Era quello l’appuntamento delle 10,30 con una lezione di giornalismo, un momento impareggiabile di risate, cazziate furibonde, telefonate in viva voce, sigarette, caffè: per un breve periodo arrivarono anche pizze e tramezzini, ma durò poco, perché distraevano. Successe un giorno che Repubblica intervistò un leader democristiano di cui per fortuna non ricordo il nome. Uno che aveva fatto il prezioso prima di rilasciare l’intervista, uno che si era negato a lungo. Nella prima parte della riunione, Scalfari commentava il giornale in edicola pagina per pagina, per poi passare al timone del giorno dopo. Quella mattina, davanti all’inutile spazio dedicato al politico DC si piantò. «Ora – disse – devo raccontarvi un fatto successo al paese paterno, Vibo Valentia. Ma, scusatemi tanto, devo usare anche il dialetto calabrese». Sottovoce mi rallegrai, pronto a tradurre ai vicini di posto. La platea, composta da una ventina di canaglie, intellettuali, supponenti sbracati di ogni età, ex cronisti di strada, ex comunisti, ex gruppettari, ex tutto, stagisti curiosi, redattori liberi di intervenire, uomini e donne uniti da una comune euforia per il momento d’oro del giornale e convinti di avere il mondo in mano, fece silenzio. E Scalfari raccontò. «C’era una volta al mio paese un bambino che non parlava. Lo portarono da tutti gli specialisti, anche quelli di Messina. Ma lui niente. Gli anni passavano, e lui si esprimeva solo attraverso semplici versi gutturali, facevano quasi paura. La madre, disperata, andò a chiedere la grazia a San Francesco da Paola. Invano. La famiglia aveva perso le speranze. (Nota mia: come ha raccontato qualche volta don Giacomo Panizza, a quei tempi i bambini disabili venivano nascosti). Una mattina, all’improvviso, la cittadina fu scossa da un urlo che arrivava dalla casa del bambino. Parrau! L’urlo si moltiplicò per i vicoli, raggiunse il corso, il Comune, i belvedere e i bar. U’ figghiolu parrau. Il bambino finalmente aveva parlato. Parrau! Parrau! E fu giubilo, brindisi, preghiere di ringraziamento che si moltiplicarono per i vicoli, il Corso, i belvedere e i bar. Ma poi una domanda collettiva rimbalzò, fino a tornare verso la casa e la famiglia che era passata dalla tristezza più nera alla felicità. Parrau parrau, e c’dissi? Si fece silenzio di nuovo. C’ dissi? Dalla felicità si passò all’imbarazzo, fino a quando il padre prese coraggio e urlò parrau, parrau. I’ dissi “cazzu!”». Risate Scalfari dedicò così il racconto al politico che aveva rilasciato l’intervista senza dire nulla di significativo. E io oggi lo dedico a me stesso e a tutti quelli che spesso – sui social, ma anche sui giornali – pur di dire qualcosa dicono “cazzu”. Buon anno allora ai nostri maestri ovunque essi siano (ciao Mario, salutami Gianni, non litigate troppo su Mourinho). Sono nuvole che accompagnano i nostri passi, che poi è un verso di una canzone di Peppe Voltarelli. Sono dentro di noi. Giuseppe Smorto