Chiamatela come vi pare la Calabria (nome uscito fuori alle soglie dell’anno Mille), terra di re Italo, Enotria, Ausonia, Magna Graecia, terra dei Bruttii (nomen omen), resta il fatto che quella antica regione era importantissima, al centro degli appetiti economici non solo dei greci, dei romani, ma anche dei cartaginesi, e perfino degli etruschi. Scrive Fabrizio Mollo in “Gli altri. Le popolazioni non greche della Calabria antica. X-III sec. a.C.” (Rubbettino editore, pp.324, 2025, €19,00): «Una delle più recenti e valide pro-spettive ermeneutiche (…) è il riconoscimento e l’esistenza di un vero e proprio circuito di scambi e relazioni mediterranei, dove i protagonisti, Greci dell’Egeo, Greci del Peloponneso e delle Isole, Fenici, Etruschi, oltre alle varie etnie indigene interagiscono nel teatro del mar Mediterraneo, creando connessioni di luoghi e di persone, di tecniche e di materiali». Lo studioso dell’università di Messina, calabrese di origine, impegnato da anni in scavi archeologici nel Mezzogiorno d’Italia, è anche attivissimo nella produzione saggistica accademica e nella divulgazione di alto profilo. “Guida archeologica della Calabria antica” (Rubbettino 2018) ne è un esempio. Ora con “Gli altri” Fabrizio Mollo aggiunge un ulteriore tassello qualitativo alla conoscenza della Calabria e, in generale, del Sud d’Italia. Se Greci e Romani hanno dato ai posteri una narrazione sostanzialmente negativa, dif-fusasi fino ai giorni nostri, dell’estrema regione peninsulare d’Italia, ma funzionale alla loro gloria e ai loro affari, nel suo affascinante libro Mollo ci racconta un’altra storia, oserei dire di tipo politico, che va ben al di là di un mero lavoro storico-archeologico. E per farlo ci indirizza fin dal titolo, “Gli altri”, verso una categoria interpretativa che è quella di “al-terità”, usata in genere da filosofi, antropologi e sociologi. Per Tzvetan Todorov “l’altro" è un concetto centrale, che permette di indagare archetipicamente l’incontro tra popoli diversi, analizzando come le varie culture percepiscono e interagiscono con l'estraneo. A tal proposito - ma lui parla di frontier history - anche Moses I. Finley, come ci ricorda Mario Lombardo nella “Prefazione” al volume di Mollo, ha avuto la sua enorme importanza nell’indirizzare gli studi storici sui processi di interazione innescati dalla colonizzazione greca. Insomma, Fabrizio Mollo fa sua questa categoria virandola verso la sua disciplina e “assumendo“ il punto di vista degli indigeni, abitanti quella regione ben prima dell’arrivo dei “conquistadores” greci e romani. Ben consapevole dei rischi scrive nella “Premessa” al suo libro: «Forse non sono in possesso di tutti gli strumenti maieutici e interpretativi, ma, da calabrese che vive e conosce pregi e difetti della propria terra, sono fortemente convinto di poter dare un contributo importante alla storia degli studi sugli “altri”». Bastano queste poche parole a confermare l’intento politico del suo libro, con cui l’autore ci offre non solo un’opera di alta divulgazione, scritta a partire da una profonda conoscenza dell’argomento, ma anche un lavoro pervaso da un profondo amore per la sua terra di origine, per le sue genti e per la sua storia. Il libro è strutturato in cinque capitoli. Il primo, (Gli “altri” tra storia, epigrafia e monetazione) esamina le fonti, spesso problematiche, archeologiche e letterarie sui popoli indigeni più antichi: Itali e Choni; nel secondo (Gli indigeni: il quadro archeologico IX-VI sec. a.C) viene mostrato quanto fosse complesso il quadro pre-ellenico con genti provenienti da ogni dove: Enotri, Serdaioi, Ausoni e Siculi; il terzo capitolo (Il V secolo a. C. tra Enotri e Lucani) esamina le relazioni tra i popoli indigeni della Calabria settentrionale coi Greci; il quarto (Il IV e il III secolo a.C.. Le popolazioni italiche) si concentra prevalentemente sui Brettii e sulla loro etnogenesi dai Lucani, analizzando il loro incontro/scontro con i Greci fino all’arrivo dei Romani; l’ultimo capitolo (Dal Bruzio alla Calabria: alcune riflessioni conclusive) affronta il percorso identitario del calabrese, costruito per opposizione sull’idea errata che i loro presunti antenati «i Brettii fossero riusciti a vincere i Greci e che avessero tenuto in scacco i Romani». Un mito duro a morire, che vede ritratto il calabrese come un uomo rozzo e tenace, selvatico e “ombroso”, attestato negativamente dai presunti studi scientifici di Cesare Lombroso, confermato dai viaggiatori del Grand Tour, e che non verrà scalfito neanche dalla eredità magno-greca, riscoperta solo a fine Ottocento grazie alle testimonianze archeologiche. Giustamente Mollo sottolinea che se si volesse pensare all’identità vera della Calabria si dovrebbe guardare al miscuglio di lingue, costumi e tradizioni di tutti i popoli che l’hanno abitata: da quelli preellenici ai Greci, Romani, Longobardi, Bizantini, Arabi, Normanni, Angioini, Aragonesi, Spagnoli e, aggiungerei, Ebrei, Albanesi e Occitani. Quale altra regione d’Italia ha questo DNA? L’autore, ispirato da un forte impegno meridionalista, teso a far conoscere meglio una delle regioni più problematiche d’Europa, incita gli stessi calabresi a superare la percezione di minorità di cui si sentono vittime: «Probabilmente la strada giusta per uscire dalla crisi atavica che oggi attanaglia la Calabria e i calabresi dal punto di vista economico, sociale e culturale è quella di costruire una identità nuova, positiva, fatta di consapevolezza, memoria e conoscenza del passato». Scritto in un linguaggio apparentemente semplice ma di alto rigore scientifico, in modo da appassionare alle dinamiche geopolitiche ed economiche che animavano quel lontano Mediterraneo e tanto simili alle nostre, “Gli altri. Le popolazioni non greche della Calabria antica” è uno di quei testi altamente consigliati per i lettori curiosi non tanto del passato in sé e per sé, ma impegnati a capire le dinamiche che hanno portato la Calabria e, in generale, il Mezzogiorno d’Italia, alla difficile situazione attuale. Pierluigi Pedretti