Neuromarketing, non basta produrre un buon olio di oliva

15 Dicembre 2025
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Quando ho iniziato a scrivere L’olio che parla ai sensi, edito da Olio Officina, sapevo di voler raccontare qualcosa che nel settore oleario mancava da tempo: una chiave di lettura nuova, capace di spiegare cosa accade nella mente delle persone quando scelgono, assaggiano o anche solo guardano una bottiglia di extra vergine. Da anni lavoro nella comunicazione legata al mondo agroalimentare e dell’olio e ho visto crescere una distanza sempre più evidente tra la qualità reale dei prodotti italiani e la capacità di raccontarli in modo efficace.

Neuromarketing e olio di oliva

Molte aziende continuano a investire nella produzione, ma non sempre comprendono che il mercato, oggi, è fatto soprattutto di percezioni, emozioni, sensi e scelte che nascono ben prima dell’assaggio. È qui che entra in gioco il neuromarketing, una disciplina che studia come il cervello risponde a immagini, parole, colori, stimoli sensoriali e micro-segnali emotivi che spesso sfuggono alla consapevolezza. Applicarlo all’olio extra vergine significa capire perché un consumatore si fida di un brand e diffida di un altro, perché una foto attira l’attenzione più di un’altra, perché una descrizione suscita desiderio mentre un’altra scivola via senza lasciare traccia.

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Scrivendo questo libro (e ora disponibile in prevendita) mi sono resa conto che la vera sfida per le aziende olearie non è più soltanto produrre un olio buono, ma imparare a comunicarlo nel modo giusto. Viviamo in un’epoca in cui la prima esperienza sensoriale non avviene in frantoio o a tavola, ma online. E sul web, dove l’utente non può assaggiare, sono le immagini, le parole e la costruzione di un racconto coerente a determinare il valore percepito. Molte realtà, pur producendo oli eccellenti, faticano a emergere perché restano legate a una comunicazione che parla soprattutto di tecnicismi, mentre oggi serve parlare alla mente e ai sensi delle persone.

Raccontare e comunicare l’olio

Il libro nasce proprio da questa consapevolezza: aiutare produttori e comunicatori a capire che esiste un modo diverso, più efficace e più umano, di raccontare l’olio. Significa partire dalle neuroscienze per spiegare come funzionano la fiducia, la memoria emotiva, la sensorialità trasmessa attraverso una foto o un testo scritto. Significa capire che un’etichetta non è solo un’etichetta, ma un attivatore di emozioni; che il packaging non è solo una scelta estetica, ma uno strumento che anticipa il gusto e costruisce aspettative; che il linguaggio, quando è usato bene, diventa un assaggio mentale. Oggi le aziende si muovono in un mercato affollato, competitivo e spesso confuso, in cui chi comunica meglio vince, e non sempre è il migliore a livello produttivo. Per questo credo che sia necessario un cambiamento culturale: non basta saper fare l’olio, bisogna saperlo raccontare.

Numeri in crescita

Il digitale non va temuto, ma compreso ed utilizzato al meglio, perché è lì che il consumatore forma la sua prima impressione, il suo primo “sentire”, la sua decisione d’acquisto. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione esplosiva nelle abitudini di consumo: gli italiani comprano sempre più online, anche prodotti alimentari e di enogastronomia, e questa tendenza non accenna a rallentare. Secondo l’Osservatorio eCommerce B2C del Politecnico di Milano, nel 2025 il valore complessivo degli acquisti online di prodotto in Italia supererà i 40 miliardi di euro, con una crescita stimata del 6% rispetto al 2024, confermando che l’online non è più un’opzione ma una parte strutturale delle nostre vite di acquisto.

Anche il comparto alimentare, che include grocery e food delivery, registra performance superiori alla media, con una quota di vendite digitali in espansione e consumatori sempre più abituati a scegliere prodotti alimentari da uno schermo prima che da uno scaffale fisico. Questo fenomeno comporta un cambiamento radicale: non basta più produrre un olio eccellente, occorre saperlo raccontare in un ambiente in cui il primo “assaggio” è visivo, informativo e spesso emotivo, non sensoriale.

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La sfida del digitale per le aziende olearie

E qui emerge una difficoltà concreta per tante aziende olearie: molte non sono pienamente pronte a gestire questa transizione. Alcune non hanno un e-commerce, altre lo gestiscono senza una strategia chiara di comunicazione; molte hanno siti visivamente datati o poco ottimizzati per convertire l’interesse in acquisto; altre ancora trascurano l’importanza di contenuti che parlino ai bisogni e alle emozioni del consumatore digitale. In un panorama in cui l’e-commerce è destinato a consolidarsi sempre di più come canale naturale di acquisto, non aggiornarsi rischia di significare perdere opportunità di mercato e visibilità proprio mentre i consumatori si spostano in massa verso il digitale.

Con questo libro ho cercato di offrire strumenti concreti, esempi, strategie e una visione nuova, capace di restituire valore all’olio attraverso ciò che gli appartiene da sempre: i sensi, le emozioni, la relazione autentica tra prodotto e persona. Scriverlo è stato un modo per unire due passioni, quella per la scrittura e quella per il mondo dell’olio, ma anche un invito agli operatori del settore a non rimanere indietro. Perché la qualità, da sola, non basta più: serve farla percepire. E farla sentire, anche quando l’assaggio non c’è ancora. Perché l’olio, quando è raccontato bene, parla davvero ai sensi.

Adele Bonaro

ABCommunication

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