Il fumo pesante di un incenso d’infima qualità si mescolava al puzzo di benzina sbiadita, fuori dagli studi Rai di via Teulada, anno millenovecentoottantauno. Franco Battiato stava immobile. Sguardo rapace dietro occhiali troppo scuri. Intorno, il circo del pop italiano masticava canzonette balneari e disimpegno politico.
Lui, invece, masticava Georges Gurdjieff. Vendeva un milione di copie parlando di dervisci rotanti, di frammentazione dell’ego e di meccanicità dell’esistenza a un’Italia che cercava solo di anestetizzarsi nei consumi di massa. Un paradosso vivente. Un cortocircuito antropologico prima ancora che musicale.

Oggi il calendario segna un lustro esatto dalla sua scomparsa. Cinque anni. Cinque anni da quando quel corpo magro, quasi trasparente, ha smesso di abitare la terra di Milo, tra le lave nere dell’Etna e l’odore aspro dei limoni marci. Ma il vuoto che resta non è una questione di nostalgia da fanzine.
È l’assenza di uno sguardo. Battiato non è stato un santo, e nemmeno un guru da salotto buono per anime progressiste in cerca di brividi spirituali a buon mercato. Era un osservatore spietato. Un documentarista dell’invisibile che usava il nastro magnetico, la cinepresa e la parola come bisturi. Il suo esoterismo non apparteneva all’accademia delle ombre. Non era roba per iniziati polverosi.

Era materia viva. Carne che cercava disperatamente una via di fuga dalla gravità. C’era qualcosa di profondamente fisico, quasi tellurico, nelle sue deviazioni metafisiche. Chi lo ha accusato nel tempo di aver svenduto la mistica sufi o il buddismo tibetano al mercato dei quarantacinque giri non ha capito il peso del gioco. Il pop, per Battiato, era un cavallo di Troia. Infilava René Guénon e Henri Corbin tra un colpo di cassa in quattro e un fischio di sintetizzatore EMS.
Costringeva l’impiegato della Upim e lo studente di sociologia a cantare lo shock addizionale dell’ottava discendente mentre andavano al lavoro in una Fiat 127. Questa non è semplice divulgazione. Questa è un’operazione di sciamanesimo metropolitano. Un rito collettivo celebrato nei palasport, dove la folla sudava, si accalcava e gridava frasi di cui ignorava l’origine alchemica. Eppure ne percepiva la vibrazione. Una scossa sottopelle.

A guardarlo oggi con l’occhio del documentarista d’osservazione, l’intera parabola di Battiato appare come lo studio di un corpo che si sradica e si sottrae all’inquadratura. Si sposta continuamente. Lascia tracce effimere, frammenti di un’etnografia fantasma. Come quel tour clandestino del millenovecentosettantacinque con il Telaio Magnetico. Niente macchine fotografiche, nessuna traccia visiva, solo il nastro magnetico che cattura il suono a Nicastro, a Reggio Calabria, a Gela. La Calabria, per il siciliano Battiato, non è mai stata una meta da cartolina estiva.
Era un magnete di pietra e silenzio. Una terra parallela e indigesta, dove la linea orizzontale della materia si scontrava frontalmente con la verticalità dello spirito. Non è un caso se proprio a Cosenza, alla svolta del millennio, Giacomo Mancini lo volle in piazza per inaugurare il duemila. Un capodanno ipnotico.
Una marea umana ferma ad ascoltare formule mistiche sotto il freddo della Sila. Ma il vero nodo antropologico con quella terra si stringe più tardi, nel duemilaundici, al Teatro Rendano. Battiato scrive il Telesio. Mette in musica Bernardino, il filosofo cosentino della natura e dei sensi. Insieme a Manlio Sgalambro evoca i princìpi caldi e freddi che muovono l’universo. E lo fa con un azzardo da purissimo teorico dell’immagine.

Nessun attore in carne e ossa sul palco, sul palcoscenico si muovono solo ologrammi. Fantasmi di luce che cantano la materia materiale. Il massimo dell’immaterialità per raccontare il pensatore che aveva rimesso i sensi al centro del mondo. Un paradosso visivo che solo un documentarista dell’invisibile poteva concepire.
Il rischio, cinque anni dopo, è la sua santificazione laica, la riduzione della sua ricerca verticale a un santino rassicurante da esporre nei festival culturali. Abbiamo ripulito la sua eredità, dimenticando il fastidio che provocava, l’ironia tagliente con cui liquidava le mode progressiste e i feticci della modernità.
Oggi che la produzione culturale è ridotta a un flusso piatto, prevedibile, calcolato da algoritmi che masticano l’esistente per sputarlo tiepido, la mancanza di quella verticalità si sente come una mancanza d’aria. Ci restano i suoi nastri come reperti archeologici di una civiltà che ha tentato, per un istante brevissimo, di guardare il sole senza accecarsi. Rimane quell’ultimo, definitivo frammento di documentario reale, il suo corpo stanco che nel maggio del duemilaventuno attraversa lo Stretto per l’ultima volta.

Non per un concerto, ma per ridursi in cenere nel silenzio di un paese cosentino, dove ardeva l’unico forno crematorio disponibile tra le due sponde. Polvere alla polvere, tra la Sila e l’Etna. Un profumo strano, che ancora graffia la gola a chiunque provi a girare su se stesso, cercando, nel buio, un asse invisibile.

