C’è un’immagine che resiste al tempo, più nitida di un faldone d’archivio. Mauro Giancaspro che non legge un libro, ma lo ascolta con i polpastrelli. Per lui, il patrimonio bibliografico non era soltanto una sommatoria di titoli, ma una stratificazione di gesti umani. Tre anni dalla sua scomparsa non sono solo un anniversario burocratico, ma sono il segno di una faglia che si allarga tra la cultura come esperienza tattile e la sua attuale, anemica riduzione a flusso di dati. Giancaspro è stato l’uomo che ha riportato il peso specifico della carta dentro il dibattito civile, specialmente in quella Calabria che per lui fu campo di indagine e mai periferia dell’anima.
La direzione della Biblioteca nazionale
A Cosenza, la sua direzione della Biblioteca nazionale non fu un esercizio di potere, ma un atto di osservazione partecipata. Il saggio che egli curò, “Piani dei libri sviluppati nello spazio”, a cui ho avuto il piacere di collaborare più di trent’anni fa, rimane oggi uno dei suoi testamenti antropologici più radicale. L’idea che un volume potesse essere scansionato tridimensionalmente da chi abita il buio non era un semplice progetto di inclusione sociale. Era una provocazione ontologica. Giancaspro ci stava dicendo che la cultura è un senso supplementare. Se il libro può farsi spazio, allora la biblioteca non è più un contenitore, ma un organismo che respira e si espande. Affidare a giovani studenti come me alcuni passaggi di queste architetture cartacee significava, di fatto, democratizzare l’invisibile.

L’antropologia del quotidiano
Il bibliotecario, nella visione di Giancaspro, opera come un antropologo del quotidiano. Egli non cataloga oggetti, ma cataloga la resistenza dell’uomo all’oblio. La sua “umanità rara” non era una concessione al carattere, ma una necessità metodologica. Sapeva che per salvare un libro bisogna prima salvare il legame tra quel libro e la comunità che lo circonda. A Cosenza ha agito come un rabdomante della memoria, cercando l’acqua viva del sapere sotto la crosta delle istituzioni spesso sorde. Ottavio Cavalcanti dopo tanta fatica, nel 2015 riuscì di fargli ottenere la cittadinanza onoraria. La sua scrittura – quel procedere per strappi, ironie e improvvise densità filosofiche – era lo specchio di una mente che non accettava la linearità piatta del saggio accademico.
La fisicità dei testi
Oggi viviamo nell’illusione della disponibilità totale. Crediamo che tutto sia a portata di click, eppure non abbiamo mai posseduto così poco. Giancaspro ci ammoniva: il libro che non può essere toccato, odorato o “abitato” nello spazio è un libro che rischia di non essere mai esistito. La sua difesa della fisicità era una difesa della verità storica. Contro la manipolabilità del bit, egli opponeva la testardaggine della pergamena. In questo senso, probabilmente, il suo lavoro sui testi di Leopardi a Napoli non era diverso da quello sui libri tattili a Cosenza. in entrambi i casi, l’obiettivo era il recupero del corpo del genio, la traccia organica del pensiero.
Alimentatori di fuochi
A tre anni dalla sua morte, la sua assenza pesa come un volume in-folio mai aperto. Ci manca la sua capacità di trasformare la burocrazia in narrazione, il catalogo in epica. Resta però quella sua intuizione dei “piani nello spazio”: l’idea che la cultura debba sempre eccedere il supporto che la contiene. Mauro Giancaspro ci ha insegnato che non siamo custodi di ceneri, ma alimentatori di fuochi. E che la vera biblioteca è quella che, pur restando ferma, sa muoversi incontro a chi ha sete di senso, guidandolo non con la luce della vista, ma con quella, molto più tenace, della conoscenza condivisa.

