C’è un’immagine che resterà impressa nella memoria di questa Settimana Santa 2026: il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, fermato dalla polizia israeliana mentre si reca a celebrare la Messa delle Palme al Santo Sepolcro. Con lui, padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa. Quattro persone in tutto. Nessuna processione, nessun corteo, nessuna folla. Solo due uomini di Chiesa che camminano verso l’altare. E una mano che li ferma.
Per la prima volta in secoli (forse in un millennio), la Messa della Domenica delle Palme non è stata celebrata nella basilica più sacra della cristianità. Emiri mamelucchi, sultani ottomani, mandatari britannici, perfino la pandemia del 2020: nessuno era riuscito a impedirlo. Nel 2020, durante il Covid, i fedeli non poterono entrare, ma il clero celebrò regolarmente. L’ultimo a bloccare il culto cristiano al Sepolcro fu il califfo fatimide al-Hakim, prima di distruggere la basilica nel 1009. Millediciassette anni fa.

Una storia che viene da lontano
Per comprendere la gravità di ciò che è accaduto il 29 marzo 2026, bisogna conoscere la storia dello Status Quo, quel sistema di regole non scritte che dal 1852 governa ogni aspetto della vita nella basilica del Santo Sepolcro. Ma le sue radici affondano molto più indietro.
Nel 638, quando il califfo Omar conquistò Gerusalemme, visitò il Santo Sepolcro ma si rifiutò di pregarvi. Il motivo era semplice e, nella sua semplicità, straordinariamente moderno: temeva che le generazioni future potessero interpretare il suo gesto come una conversione della basilica in moschea. Un sovrano musulmano del VII secolo che si pone il problema dei diritti di culto altrui, che rinuncia a un gesto di potere per rispettare la fede dei vinti. Fa una certa impressione, rileggendolo oggi.
Cinque secoli dopo, fu Saladino, dopo aver riconquistato Gerusalemme nel 1187, a riparare i danni della basilica e ad affidarne la custodia a due famiglie palestinesi musulmane (i Nusayba e i Ghudayya), considerate neutrali rispetto alle faide tra confessioni cristiane. Ancora oggi, nel 2026, sono quelle stesse famiglie musulmane a custodire la chiave del portone principale del Santo Sepolcro. Una chiave musulmana per una chiesa cristiana: il simbolo più eloquente di cosa significhi convivenza in Terra Santa.
I sultani e la nascita di un diritto
I secoli ottomani non furono certo un’età dell’oro. Le decisioni dei sultani oscillavano spesso secondo il denaro e la convenienza politica. Eppure, proprio da quella gestione imperfetta nacque qualcosa di fondamentale: il principio che i luoghi sacri non appartengono a chi detiene il potere militare, ma a chi vi prega.
Il firmano del 1852, emanato dal sultano Abdülmecid I, cristallizzò questo principio: “Le cose, come sono andate avanti fino ad oggi, rimarranno come al presente”. Nulla di nuovo veniva normato. Si chiedeva semplicemente che tutto fosse lasciato com’era. Che nessuno toccasse gli equilibri fragili tra le sei confessioni cristiane che condividono il Sepolcro, fino ai singoli chiodi, alle singole lampade, ai singoli gradini.
Quel decreto “provvisorio” è ancora in vigore dopo oltre 170 anni. È stato riconosciuto dal Trattato di Berlino del 1878, dal Trattato di Versailles del 1919, dal Mandato britannico, e infine dall’Accordo Fondamentale del 1993 tra Israele e la Santa Sede, il cui articolo 4 recita con chiarezza cristallina: “Lo Stato d’Israele afferma il proprio permanente impegno a mantenere e a rispettare lo status quo nei Luoghi Santi cristiani”.
Permanente. Non “compatibilmente con le esigenze di sicurezza”. Non “salvo eccezioni”. Permanente.

Quello che è successo domenica
La polizia israeliana ha motivato il divieto con ragioni di sicurezza legate alla guerra con l’Iran. Gerusalemme è sotto restrizioni dal 6 marzo: i luoghi sacri (Muro del Pianto, Moschea di Al-Aqsa, Santo Sepolcro) sono chiusi, gli assembramenti limitati a cinquanta persone.
Ma Pizzaballa non stava organizzando un raduno di massa. Erano in quattro. Si muovevano privatamente. La stessa Chiesa cattolica aveva già cancellato la tradizionale processione delle Palme dal Monte degli Ulivi. I capi delle chiese, come ha sottolineato il Patriarcato, si erano conformati a tutte le restrizioni imposte dall’inizio della guerra: niente assembramenti pubblici, niente fedeli, solo celebrazioni trasmesse in streaming.
Eppure, anche questo è stato troppo. L’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee (non certo un critico abituale dello Stato ebraico), ha definito il divieto “un’infelice forzatura, già gravida di conseguenze importanti nel mondo intero”. Ha fatto notare che sinagoghe, moschee e chiese in tutta Gerusalemme avevano potuto rispettare il limite delle cinquanta persone, e che impedire l’ingresso a quattro ecclesiastici era “difficile da comprendere o giustificare”.
Il problema non è la sicurezza
Lo sappiamo: la retromarcia è arrivata in poche ore. Netanyahu ha ordinato che Pizzaballa ricevesse “pieno e immediato accesso”. Il presidente Herzog ha telefonato al cardinale per esprimere rammarico. La polizia ha negoziato un accordo per la Settimana Santa.
Ma il problema non è la correzione. Il problema è che sia potuto accadere. Che un governo moderno, vincolato da trattati internazionali, abbia potuto decidere (fosse pure per poche ore) che un Patriarca non ha il diritto di celebrare la Messa nella propria cattedrale. Che qualcuno, in una stanza di comando a Gerusalemme, abbia pensato che fosse accettabile.
Emmanuel Macron ha parlato di “allarmante moltiplicarsi di violazioni dello status quo dei Luoghi Santi di Gerusalemme”. Giorgia Meloni ha definito l’episodio “un’offesa non solo ai credenti, ma a ogni comunità che riconosce la libertà religiosa”. Il governo giordano (custode dei luoghi sacri musulmani e cristiani a Gerusalemme) ha parlato di “flagrante violazione del diritto internazionale e dello status quo storico e giuridico vigente”. Kaja Kallas, Alto Rappresentante UE, ha denunciato una “violazione della libertà religiosa e delle protezioni di lunga data che governano i luoghi sacri”. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha accusato direttamente Netanyahu di aver “impedito ai cattolici di celebrare la Domenica delle Palme nei Luoghi Santi di Gerusalemme, senza alcuna spiegazione”.

Sultani e democrazie
Ed eccoci al paradosso che questa vicenda illumina con una luce impietosa. I sultani ottomani (autocrati, sovrani assoluti, governanti di un impero che non conosceva la separazione dei poteri) gettarono le fondamenta di un sistema giuridico che ha attraversato quasi due secoli di storia, sopravvivendo a imperi, mandati, guerre e rivoluzioni. Lo fecero per calcolo politico, certo. Ma lo fecero anche perché compresero qualcosa che l’attuale governo israeliano sembra non riuscire a interiorizzare: il potere su un luogo sacro non è potere su ciò che vi accade. Governare Gerusalemme non significa possederne l’anima.
Il califfo Omar si fermò sulla soglia del Sepolcro per non creare un precedente. Saladino affidò la chiave a famiglie musulmane neutrali. Il sultano Abdülmecid I decretò che nulla potesse cambiare senza il consenso di tutti. Ogni potere che ha dominato Gerusalemme ha capito, prima o poi, che quella città non si governa con la forza, ma con il rispetto delle sue molteplici identità.
Lo Stato di Israele, che si definisce l’unica democrazia del Medio Oriente, sembra invece soffrire di un’insofferenza crescente verso le limitazioni che derivano dai diritti degli altri. Lo Status Quo è vissuto come un vincolo, non come un patrimonio. Le ragioni di sicurezza diventano un grimaldello per forzare equilibri che nessun sultano, nessun mandatario, nessun occupante ha osato toccare.

La lezione di una scala
Nel Santo Sepolcro c’è una scala di legno, appoggiata a una mensola sopra l’ingresso principale. È lì dal XIX secolo. Nessuno la può spostare, perché nessuna confessione ha il diritto di farlo senza il consenso di tutte le altre. La chiamano la “Scala Immobile”.
Quella scala, nella sua apparente assurdità, contiene una lezione profonda. Dice che esistono cose più importanti dell’efficienza, della razionalità amministrativa, della convenienza del momento. Dice che il rispetto di un equilibrio fragile vale più della pretesa di un singolo attore di decidere per tutti.
Domenica 29 marzo 2026, qualcuno ha provato a spostare quella scala. Il mondo intero gli ha detto di rimetterla dov’era.
La domanda è: fino a quando basterà la pressione internazionale a proteggere ciò che i sultani avevano capito da soli?

