C’è un silenzio strano, quasi d’amianto, che si deposita sulle cose quando muore un mondo. Quattro anni fa, a Roma, si spegneva Luigi Maria Lombardi Satriani. Ma la verità è che il suo addio era cominciato molto prima, ogni volta che un paese dell’entroterra calabrese perdeva l’ultimo vecchio capace di cantare un lamento funebre senza sembrare una macchietta da pro loco. Resta una foto, impressa nella memoria di chi lo ha frequentato.
Il professore era un uomo elegantissimo, con quell’aria da barone colto e un po’ distaccato, che cammina nel fango di un vicolo del profondo Sud, tra le galline e la miseria nera, per andare ad ascoltare una fattucchiera. Non c’era in lui il voyeurismo del cittadino in cerca di brividi primitivi. C’era, semmai, l’ossessione di chi aveva capito che sotto la crosta della modernità industriale pulsava un cuore antico, violento e rimosso.
Il sangue del Sud
Il Sud di Lombardi Satriani non è mai stato quello da cartolina. Niente mandolini, niente sole che bacia i fichi d’india. Il suo meridionalismo non assomigliava a quello accademico, tutto cifre, lagnanze infrastrutturali e flussi di cassa della Cassa per il Mezzogiorno. Quella era roba da geometri della politica. Lui preferiva il sangue.
Preferiva il folklore inteso come cultura di contestazione, una trincea disperata dove le classi subalterne, schiacciate dall’egemonia borghese, inventavano i loro codici di sopravvivenza. Il pianto rituale, la magia, il culto dei morti non erano superstizioni da estirpare con la penicillina e la televisione. Erano armi.

Il conflitto sociale
Strumenti di una guerra di posizione culturale che i contadini combattevano contro i padroni, contro la Chiesa ufficiale, contro lo Stato sabaudo prima e repubblicano poi. Si faceva un gran parlare, negli anni Settanta, di riscatto delle plebi. Ma mentre i sociologi di Torino e Milano scendevano a scattare foto di denuncia con la Leica al collo, Lombardi Satriani ribaltava il tavolo.
Diceva che il folklore è la cultura delle classi subalterne in quanto cultura d’opposizione. Una tesi che al tempo suonò come un sasso in piccionaia, un’eresia per il marxismo ortodosso che vedeva in quelle pratiche solo l’oppio dei popoli o un residuo feudale da spazzare via. Eppure, quanta carne c’era in quell’intuizione. Il silenzio dei vinti non era mutismo. Era una lingua diversa, fatta di gesti, di sguardi, di esorcismi contro una storia che passava sopra le loro teste come un rullo compressore.

L’anima perduta del Meridione
Oggi quella lezione brucia ancora, forse più di prima. Perché il dramma profondo del meridionalismo contemporaneo è la sua totale liquefazione nell’estetica del consumo. Il Sud si è venduto l’anima per un pugno di turisti. Abbiamo trasformato il tarantismo in un festival pop da rimbombo negli stadi, depurato della sua carica di sofferenza psichica e sociale, svuotato di quel morso che era anzitutto un grido di isteria e di rivolta delle donne recluse nel patriarcato agrario.
Le radici diventate parco gioco
Abbiamo ridotto la Calabria e la Lucania a parchi giochi dell’autenticità a basso costo, dove il rito diventa folklore da salumeria. Lombardi Satriani lo aveva previsto. Sentiva l’odore della decomposizione dietro le luci della modernizzazione coatta. Sapeva che l’omologazione culturale, denunciata anche dall’amico Pasolini, avrebbe fatto più danni del latifondo.
C’è un filo invisibile ma robustissimo che lega il lavoro di questo antropologo eretico alle ferite aperte del presente.
Quando guardiamo le coste ioniche sfigurate dal cemento o i paesi dell’Asfodelo che si svuotano fino a diventare gusci di lumaca vuoti, non stiamo assistendo a un semplice fenomeno demografico. È un collasso antropologico.
La fine di quel rapporto simbiotico con la terra e con il sacro che Lombardi Satriani aveva analizzato con la precisione di un chirurgo e la pietà di un figlio di quella stessa terra. Il suo non era un rimpianto passatista. Non c’era la nostalgia del buon tempo antico, che poi antico e buono non era mai stato, ma la consapevolezza che togliere a un popolo i propri miti significa condannarlo all’amnesia. E un popolo amnesico si governa meglio, compra di più, non disturba il manovratore.

Lo studio sul campo
La cattedra a Messina, le lezioni a Roma, i libri densi come macigni. Eppure l’immagine che torna, implacabile, è sempre quella del corpo che si fa medium della ricerca. Non si fa antropologia d’osservazione restando chiusi nei dipartimenti, tra l’odore di carta vecchia e le beghe di potere accademico. Bisogna sporcarsi le scarpe. Bisogna sedersi sulle sedie di paglia davanti ai focolari che fanno fumo, accettare il bicchiere di vino cattivo offerto da mani callose, ascoltare il dialetto stretto che taglia la gola. Lombardi Satriani lo faceva con una naturalezza che spiazzava.
Non recitava la parte del populista. Manteneva la sua distanza aristocratica, e proprio per questo veniva rispettato. C’era un patto di dignità tra lui e i suoi informatori, un riconoscimento reciproco che oggi, nell’era dei documentari patinati su Netflix, sembra preistoria.

La fine del sud
Rimane una domanda, che sa di fiele. Cosa resta del Sud di Lombardi Satriani ora che anche l’eco di quei lamenti si è spento? Resta un Mezzogiorno che oscilla tra il risentimento sterile e la rassegnazione spettacolarizzata. Un luogo che continua a esportare i suoi giovani migliori e a importare modelli culturali di seconda mano. Abbiamo perso la capacità di contestare attraverso i nostri simboli.
La contrapposizione tra cultura egemone e cultura subalterna non è sparita, si è solo spostata sugli schermi degli smartphone, dove l’ultimo disperato delle periferie meridionali non ha più un rito comunitario a salvarlo dall’angoscia, ma solo la solitudine di un algoritmo.

Il sorriso ironico
Chissà cosa direbbe oggi, Luigi, vedendo le nostre processioni trasformate in eventi per influencer o il culto dei morti ridotto a un macabro feticismo da tastiera. Forse sorriderebbe, con quel suo sorriso, ironico, intriso di una lucidità che non faceva sconti a nessuno. Si volterebbe dall’altra parte e tornerebbe a guardare le ombre che si allungano sui muretti a secco delle Serre calabresi, dove il vento continua a raschiare la pietra, indifferente alle nostre piccole storie moderne. Il vecchio barone della memoria sa bene che i morti non si dimenticano. Aspettano solo che qualcuno torni ad avere abbastanza coraggio da ascoltare il loro silenzio

