Il riscatto della seta. Perché a Pasqua siamo tutti prigionieri dei figli di Skanderbeg

La "Valljia" come difesa della propria identità, la durezza e la bellezza delle pietre del Pollino e la storia antica che ancora palpita
8 Aprile 2026

L’identità come resistenza non è un concetto astratto tra le pieghe del Pollino, ma una pratica muscolare che si rinnova ogni martedì di Pasqua. Le Vallje di Frascineto, Civita, San Basile e degli altri centri dell’Arbëria calabrese non possono essere ridotte a semplici manifestazioni coreutiche o a residui di un folklore balcanico decontestualizzato. Rappresentano, al contrario, il documento storico più vivido di un insediamento che, dalla fine del XV secolo, ha saputo negoziare la propria sopravvivenza tra due mondi: l’Oriente bizantino abbandonato sotto la pressione ottomana e l’Occidente latino che offriva rifugio in cambio di braccia e fedeltà.

Antiche coalizioni guerriere

L’analisi storiografica di queste danze impone di guardare oltre il colore dei costumi. La struttura stessa della Vallja — una ridda a semicerchio che si snoda per i “ghetti” (i rioni storici) — ricalca la configurazione delle antiche coalizioni guerriere. È una coreografia di solidarietà difensiva. Sebbene il riferimento costante sia la figura di Giorgio Castriota Skanderbeg, la “Vallja” non è una celebrazione della vittoria, ma una rielaborazione rituale della diaspora. Nel momento in cui il gruppo si muove, esso ricostituisce simbolicamente la comunità che il mare e la storia hanno frantumato. È l’istituzionalizzazione del “Gjaku i shprishur”, il sangue sparso, che si ricompatta nel ritmo del passo e nell’unisono del canto.

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Il paradosso della “Vallja” risiede nella sua funzione diplomatica e politica all’interno dei feudi meridionali. Inizialmente viste con sospetto dalle autorità ecclesiastiche latine – che mal digerivano il rito greco e i canti incomprensibili – queste danze sono diventate nel tempo lo strumento di una “integrazione distintiva”. L’episodio della cattura del “galantommo” (il non-Arbëreshë, cioè lo straniero), che viene accerchiato dalla catena dei danzatori e costretto a pagare un riscatto in bevande o denaro, è un ribaltamento simbolico dei rapporti di potere. Per un solo giorno all’anno, il profugo, il contadino di lingua albanese, detiene il potere sovrano sul territorio e sullo straniero, esercitando un diritto di giurisdizione ludica che sancisce la proprietà morale del suolo.

La Vallja a Civita

La danza, la roccia e le gole del Raganello

Sotto il profilo antropologico, la distinzione tra i vari centri è fondamentale per comprendere la capillarità del fenomeno. A Civita, la “Vallja” è condizionata dalla verticalità del paesaggio; la danza si adatta alla roccia, diventa un’estensione delle Gole del Raganello, un atto di sfida alla gravità e all’isolamento. A Frascineto, invece, prevale la componente monumentale. La ricchezza dell’abito tradizionale, con la sua rigida gerarchia di tessuti (la seta, l’oro, il merletto), trasforma il corpo del danzatore in un archivio vivente. Ogni piega della gonna e ogni monile d’oro cucito sul petto è una nota a piè di pagina di un trattato di economia e storia sociale del Mediterraneo; raccontano di scambi commerciali con Venezia, di tradizioni orafe balcaniche e di una stratificazione sociale interna alla comunità arbëreshë estremamente complessa.

La deriva della modernità

Non si può ignorare, tuttavia, il rischio di una deriva folkloristica che la modernità impone. Se per secoli la “Vallja” è stata l’unico modo per trasmettere la memoria epica in assenza di una letteratura scritta diffusa, oggi essa deve misurarsi con la velocità del consumo turistico. Il pericolo è la perdita della “funzione di soglia”. Storicamente, la “Vallja” segnava il confine tra il sacro e il profano, tra il tempo della Quaresima e quello della rinascita pasquale, agendo come un rito di riaggregazione sociale dopo il rigore del digiuno bizantino. Una volta decontestualizzata per le telecamere, la danza rischia di diventare una pantomima priva di quella tensione politica e identitaria che l’ha preservata per mezzo millennio.
In questa prospettiva, la Vallja non è solo una sopravvivenza del passato, ma una sfida lanciata al presente.

Una minoranza che resiste

È la dimostrazione che una minoranza può resistere all’omologazione solo se è capace di rendere la propria memoria “performativa”. Non basta ricordare il passato; bisogna danzarlo, sudarlo e, soprattutto, imporlo allo sguardo dell’altro. La forza delle comunità di Civita e Frascineto risiede in questa consapevolezza: l’identità non è un reperto da museo, ma una catena umana che, se si spezza, condanna un intero popolo all’insignificanza. Resta da vedere se le nuove generazioni sapranno ancora reggere il peso di quegli ori e il ritmo di quei canti, o se la catena finirà per sciogliersi, trasformando l’ultima traccia dell’eroismo di Skanderbeg in un muto ricordo per turisti distratti.

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Gianfranco Donadio

Gianfranco Donadio

Sono giornalista e documentarista. Ho studiato lettere moderne e sono cultore della materia in discipline demo-antropologiche. Sono, da anni, responsabile dei Laboratori di Antropologia visiva e di cinema documentario e sperimentale "Raoul Ruiz" del Dispes dell'Unical. Ho collaborato in équipes di ricerca sia in Italia che all'estero (Grecia, Francia e Spagna). Ho insegnato a contratto "Laboratorio di cinema e antropologia"

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