Il giorno/u jurnu d’u cunnu

E' la celebrazione della potenza del vitalismo, del piacere che irride il tabù dissacrando. Una data che emula il sacro esaltando la carne
4 Giugno 2026

Devo l’ispirazione di questo scritto ai miei amici Francesco e Fabio che mi hanno esplicitamente e sommessamente chiesto una interpretazione. L’odore è quello del vino che spunta, acido e sincero, mischiato al grasso del maiale che frigge nei magazzini umidi della Presila cosentina. Fuori, il giugno cosentino picchia già duro sulle pietre, ma dentro le cantine e in locali simili moderni il tempo si ferma. Si azzera. È il tre di giugno. Per il calendario civile è una data qualunque, un martedì o un giovedì annegato nella settimana. Per la memoria sotterranea di Cosenza e dei suoi avamposti montani, invece, è “’u juornu d’u cunnu”. Una definizione che taglia l’aria come una roncola. Niente metafore. Niente eufemismi da salotto borghese. La parola d’ordine è carnale, sfacciata, gridata tra i fumi di un’ebbrezza che sa di rito antico.

La negazione del tabù

Chi si scandalizza non capisce la Calabria. O, meglio, la vuole ripulita, instagrammabile, priva di quelle asperità che la rendono antropologicamente viva. Questa giornata non è un’invenzione recente per turisti in cerca di brivido folcloristico ma neanche antichissima. È una fessura nel tempo. Un dispositivo di resistenza comunitaria. Gli uomini si radunano a tavola, escludendo il sesso opposto non per misoginia, ma per circoscrivere un perimetro di temporanea follia verbale. Si mangia, si beve, si dicono oscenità scientifiche. Il tabù crolla. La lingua si scioglie in un catalogo di stornelli e iperboli che celebrano l’origine del mondo, l’organo genitale femminile, elevato a totem profano proprio alle soglie del Corpus Domini.

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La carne e lo spirito

Il paradosso è tutto qui. La carne e lo spirito si toccano. Il sacro più assoluto, quello dei drappi alle finestre e delle processioni solenni, viene preceduto da un’esplosione di fescennina memoria. Non c’è blasfemia, c’è complementarità. Studiosi dell’erotismo popolare come Piero Camporesi ci hanno insegnato che le culture contadine non hanno mai conosciuto la scissione cartesiana tra corpo e anima. Il sesso era terra, fertilità, raccolto, fame da saziare. Invocare il sesso, nominarlo fino all’ossessione, significava esorcizzare la morte e la miseria. Gridare quella parola, tra un bicchiere di magliocco e un pezzo di salsiccia tesa, diventa un atto magico e terapeutico. Una catarsi collettiva.

Una data che si fa attesa

Ma c’è un’altra trama, sotterranea e cosmica, che si dipana dietro la scelta di questa data. Il 3 giugno non è un giorno a caso ma si colloca nella scia magnetica che conduce dritta al solstizio d’estate. È l’inizio del mese del sole massimo, il momento in cui la natura si gonfia di linfa e si prepara all’esplosione riproduttiva. Nella geografia esoterica del mondo antico, questo passaggio stagionale richiedeva un tributo di energia vitale, un risveglio forzato della terra attraverso l’evocazione del principio generatore. Celebrare il “cunnu” all’alba di giugno significa connettersi a quel calore primordiale che brucerà i campi nelle settimane successive, legando la foga sessuale verbale alla foga climatica ed agraria di un Sud che si appresta a mietere e a fecondare.

Duonnu Pantu

L’eco di questa licenziosità sacrale rimanda immediatamente alla figura monumentale e sulfurea di Duonnu Pantu. Al secolo don Domenico Piro di Aprigliano, prete poeta del Seicento, che nei suoi versi in vernacolo svestì la tonaca per farsi cantore assoluto, quasi liturgico, dell cunnu. La sua Cunneide non era semplice satira pornografica, ma un’operazione di eversione linguistica e filosofica: mettere al centro del discorso letterario ciò che il potere ecclesiastico e signorile voleva sotterrare. Quando nelle cantine della Presila si recitano, quasi senza saperlo, ottave che glorificano la carne, si sta parlando la lingua di quel clero ribelle e terragno.

Si perpetua la lezione di chi, come Luigi Maria Lombardi Satriani, ha saputo decodificare il folklore calabrese non come cascame di subalternità, ma come vera e propria “cultura di contestazione”. La risata oscena, l’elogio del basso corporeo, sono le armi di chi non possiede nient’altro se non il proprio corpo e la propria voce per dichiararsi vivo di fronte alla storia.

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Le gerarchie sospese

L’antropologia non si fa nei convegni felpati. Si fa dove la gente suda. E in queste cene presilane si suda parecchio. La sintassi del giorno è sincopata. Battute fulminee. Risate roche. Silenzi improvvisi per mandare giù un boccone, poi di nuovo il coro che riparte. Alfonso Maria Di Nola avrebbe riconosciuto in questa goliardia feroce lo schema classico dei saturnali, quel ribaltamento controllato in cui il servo fa il padrone e l’osceno si fa liturgia. È la stessa logica del Carnevale studiata da Michail Bachtin: una temporanea sospensione delle gerarchie che permette alla comunità di spurgare le proprie tensioni invernali e le proprie fatiche per presentarsi purificata, paradossalmente, davanti all’altare del Corpus Domini.

Il vitalismo della rozzezza

Oggi la modernità liquida tenta di normalizzare tutto, di trasformare l’eros in pornografia clinica, in algoritmica estetica o in dibattito politicamente corretto da consumare dietro uno schermo. “’U juornu d’u cunnu” resiste come un fossile linguistico, un’anomalia geologica che puzza di fumo e di cantina, refrattaria a qualsiasi bonifica borghese. È rozzo? Certamente. Ma è una rozzezza vitale, necessaria a ricordare che sotto la crosta della civilizzazione digitale batte ancora un cuore antico, contadino e pagano. Non servirebbe un documentario patinato per raccontarlo, basterebbe un microfono spento, lasciato a registrare il rumore delle sedie trascinate sul pavimento di cemento e il timbro di voci che perdono il controllo lungo i tornanti che salgono verso la Sila.

Quando l’ultima bottiglia si svuota e gli uomini tornano a casa barcollando sotto il cielo stellato del profondo Sud, l’ordine si ricompone. Il rito è compiuto. La terra può riprendere a girare, fecondata da una parola che per ventiquattr’ore ha smesso di essere un insulto ed è tornata a essere vita.

Gianfranco Donadio

Gianfranco Donadio

Sono giornalista e documentarista. Ho studiato lettere moderne e sono cultore della materia in discipline demo-antropologiche. Sono, da anni, responsabile dei Laboratori di Antropologia visiva e di cinema documentario e sperimentale "Raoul Ruiz" del Dispes dell'Unical. Ho collaborato in équipes di ricerca sia in Italia che all'estero (Grecia, Francia e Spagna). Ho insegnato a contratto "Laboratorio di cinema e antropologia"

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