Probabilmente se n’è andato perché questo mondo aveva cessato di piacergli, con l’alibi di essere molto vecchio. Jurgen Habermas è morto ieri, lasciando questi tempi di guerra, di apparente irrazionalità, che sembrano mettere in discussione la sua potente speranza in una umanità diversa e migliore.
L’interdisciplinarietà dei suoi studi
Se i miei studenti mi domandassero se Habermas sia stato un filosofo o un sociologo, risponderei che da un certo momento in poi, dalla Scuola di Francoforte di cui è stato un epigono, ma anche da prima, è inutile cercare differenze, mentre appare necessario avere uno sguardo molteplice, oggi si direbbe interdisciplinare, per cogliere le cause dei mutamenti e prevederne gli orizzonti. Certamente quell’anziano signore che era cresciuto nella Germania nazista, aveva lavorato con Adorno e poi acquisito una propria indubitabile autorevolezza, quello sguardo lo ha maturato e praticato fino alla fine, lasciandoci una eredità preziosa.
I suoi studi sulla borghesia quale classe autenticamente rivoluzionaria, capace cioè di imprimere cambiamenti, sul ruolo del pensiero libero in grado di forgiare opinione pubblica basandosi su legittimi interessi economici e quindi di operare pressione sulle scelte politiche, sono ancora fortemente attuali, pure nell’inevitabile mutamento degli scenari storici e sociali.

L’etica democratica e la sfera pubblica
Opere quali Teoria dell’agire comunicativo(1981), Storia e critica dell’opinione pubblica e Fatti e norme (1992) osservano e descrivono l’origine dell’etica democratica, della partecipazione attiva praticata attraverso il discorso, l’ambito dell’azione della sfera pubblica, in definitiva le radici del senso del vivere in comunità.
Al centro del suo pensiero c’è sin dall’inizio la rilevanza della comunicazione come base del vivere democratico e la necessità della forza deliberativa che viene dal dibattito e dà vita al Diritto. La radice illuminista del pensiero di Habermas non si trova solo nel ruolo rivendicato per la razionalità, ma pure nella fiducia nella costruzione di una società che vince la disuguaglianza attraverso la pratica democratica.
Il mondo in crisi
Questa fiducia non si era indebolita davanti alle crisi gravi che hanno travolto il mondo, pur se in lui era forte la consapevolezza dei rischi che vengono annunciati dal riemergere dei nazionalismi e da una involuzione delle democrazie. Ne Il futuro della natura umana (2001) e più ancora successivamente nel libro L’Occidente diviso (2004), Habermas rivela la consapevolezza di una debolezza che fa vacillare le speranze a seguito dell’attentato alle Torri gemelle e alla conseguente guerra del Golfo. Oggi il suo auspicio in una Europa unita e dunque capace di tracciare la rotta delle politiche internazionali sembra naufragato a causa dell’irrilevanza del vecchio continente, eppure in lui non sembrava essersi sbiadita la convinzione della necessità di un ordine mondiale nuovo e basato sulla condivisione ed estensione dei diritti.
Inevitabilmente nel suo ostinato tenere assieme l’agire comunicativo con la partecipazione democratica, Habermas non poteva immaginare i tempi che viviamo, in cui la prevalenza dei social e più ancora dell’IA ad essi applicata, avrebbero stravolto la formazione dell’opinione pubblica, con il massiccio uso di Bot, né di una fase di post verità, micidiali miscele capaci di generare informazioni e falsificarle, anche grazie al pericoloso arretramento della partecipazione collettiva.
La rivoluzione digitale oggi rappresenta, a dispetto delle opportunità, un pericolo per la potenza della sfera pubblica, frammentandola e disinnescandola. Eppure coerentemente con la visione francofortese, la responsabilità non può essere dei media digitali, ma delle forze economiche che le hanno egemonizzati.

L’ideale e il reale
E’ stata forse questa separazione tra la meraviglia di una teoria del mondo e la brutalità della realtà in cui quello stesso mondo vive a determinare il fascino e la debolezza del suo pensiero. Incredibilmente attuali sono invece le riflessioni sull’Europa, che oggi appare impotente dinanzi all’egemonia trumpiana. Le cose non sono andate come aveva desiderato, ma sarebbe sbagliato e riduttivo immaginare che le sue idee siano state una profezia, quando invece mantengono la freschezza e la durezza di una efficacissima diagnosi.
Il suo pensiero coltivato all’Unical
L’Unical non poteva restare insensibile alle suggestioni del pensiero di Habermas e oggi, come semi amorevolmente coltivati, nelle aule del Dispes si insegna Comunicazione politica e sfera pubblica europea nel corso di laurea magistrale di Scienze della politica e istituzioni internazionali.
Parlare della necessità di un mondo ideale che deve cambiare quello reale è ancora una cosa buona e giusta.

