È La Grazia di un cinema che interroga la vita cercando leggerezza dopo un’esistenza da cemento armato come il soprannome del protagonista dell’ultima pellicola di Paolo Sorrentino. Mariano De Santis (interpretato da un Toni Servillo sempre al top), presidente della Repubblica a fine corsa nel suo semestre bianco, è alle prese con due richieste di grazia e una legge sull’eutanasia. Per un vecchio democristiano non è una cosa semplice. Ci si mette pure un papa amico e nero (come cantavano i Pitura FresKa qualche anno fa) a intimargli di non compiere quel passo. Solo Dio può dare o togliere la vita. Ma quando la vita smette di essere tale anche il più credente dei credenti potrebbe chiedersi: di chi sono i nostri giorni? Questa domanda ci insegue per tutto il film e anche dopo, quando usciamo dalla sala la portiamo con noi nelle parole scambiate con chi ti chiede un commento ma in realtà gli interessa propinarci il suo. Io sono tra quelli desiderosi di restare in sospensione quando rispunto fuori dalla caverna dei Lumière e non amo parlare del film all’uscita dal film. La grazia come bellezza del dubbio La grazia è la bellezza del dubbio nelle parole di Servillo dove una figura così austera riesce poi a liberarsi concedendo addirittura un’intervista a Vogue e consegnando al direttore un inatteso scoop. Non prima di avere aperto la finestra e visto la vita in carne ed ossa dopo sette anni di prigione dorata in Quirinale. Un po’ come la finestra rotta nel finale di Film Rosso di Krzysztof Kieslowski col giudice in pensione Jean Louis Trintignat che finalmente può guardare la vita senza la mediazione di un vetro. Anche il personaggio di Sorrentino guarda da una finestra, romana e finalmente aperta sulla gente in carne e ossa, sul via vai del centro e ne annusa la splendida normalità, ne assapora la leggerezza. In realtà Sorrentino dice di essersi in parte ispirato sì a Kieslowski, ma a Dekalog, quel condominio di uomini e donne lacerati dal mestiere di vivere; anche loro in cerca di grazia, quella che manca per salvare il ragazzo omicida poi condannato e giustiziato a Varsavia nell’episodio V: “Non uccidere”. L’altra ispirazione per il regista del Divo, l’Uomo in più, La Grande Bellezza (e mi fermo qui) è la notizia letta sul giornale di un presidente della Repubblica che ha concesso la grazia a un uomo che ha ammazzato la moglie malata di alzheimer. Cosa c’è dentro un gesto del genere: sofferenza, coraggio, forse pure amore. Quello stesso amore che Mariano De Santis non riesce a scordare nonostante il grigiore dei codici in cui è immerso un uomo di diritto. Il film inizia come un canto alla poesia civile più importante d’Italia, la Costituzione. Poi intreccia i grandi dilemmi di un potere che si fa da parte per sopraggiunti limiti di mandato quando finalmente tutto può diventare leggero, così leggero come se non ci fosse più gravità. Ma solo grazia.