Gennarino Scorza: il rossanese che disse no ai nazifascisti

Insieme ad oltre seicentomila militari italiani scelse di dire no alla Repubblica Sociale Italiana e ai tedeschi. L'orrore del lager e il ritorno in Calabria
25 Aprile 2026
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Da bambino frequentavo la casa di mia nonna, rimasta vedova troppo presto, in via Nazionale a Rossano. Per anni ho vissuto quel quartiere dove c’era la pescheria di Gennarino Scorza, nella quale io entravo spesso a ritirare il pesce che ordinava mia nonna. Ricordo un uomo corpulento con il grembiule bianco, che aveva un numero scritto con inchiostro violaceo sul braccio. Era il numero di matricola del campo di Sandbostel dove era stato internato. Lo scoprì solo da adulto.
Quando poi ho avuto la fortuna di fare il responsabile della Comunicazione Istituzionale del Comune di Rossano, durante il mandato del sindaco Francesco Filareto, conobbi suo figlio Mario Scorza, all’epoca consigliere comunale, che mi fece conoscere la storia del padre. La storia di Gennarino tornava nella mia vita. In quel periodo l’amministrazione comunale gli dedicò una via.
Finita quella esperienza lavorativa, decisi di fare alcune cose che per gli impegni di lavoro, non avevo potuto fare negli anni precedenti; fra queste visitare il campo di internamento di Ferramonti di Tarsia durante la Giornata della Memoria del 2014.
In quella occasione il prefetto Tomao e il presidente della Provincia di Cosenza Oliverio consegnarono la medaglia d’onore al valor militare al figlio di Gennarino, Mario.
La storia di Gennarino ritornava nella mia vita.

Quando poi alcuni anni dopo, Mario e sua figlia Titti Scorza mi proposero di raccontare la storia di internato di Gennarino il cerchio si chiuse.
Gennarino trascorse infanzia e adolescenza a Rossano, con la sua famiglia.
Chiamato alle armi il 12 dicembre 1940, venne avviato al Reparto 47° Reggimento Fanteria, a Lecce il 19 gennaio 1941. In quel periodo, Gennarino insofferente ai dettami del regime ebbe un alterco con un ufficiale delle camicie nere per atteggiamenti contro il regime, che lo portarono alla fuga e al relativo processo. Ne venne fuori senza grosse conseguenze, grazie all’intervento del generale Amantea amico di suo padre. Non riuscì però ad evitare il trasferimento a Verona dove venne destinato a fare l’attendente ad un maggiore dell’esercito originario di Cosenza.

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Appena arrivato a Verona chiese ed ottenne una licenza per tornare a Rossano. Al suo ritorno conobbe e si innamorò di una giovane ragazza, Achiropita Potentino, che successivamente diverrà sua moglie. Terminata la licenza torna a Verona, ma non sapeva che Achiropita aspettasse un bambino, il loro primo figlio Rosario.
Gennarino doveva essere fra quelli che furono spediti in Russia nella divisione Armir, ma poiché gli venne comunicata la notizia che stava per diventare padre, fece di tutto per tornare a casa, nonostante le licenze fossero sospese, per sposare la donna che amava. Si recò da un sergente per spiegargli la situazione e ottenne la licenza matrimoniale.
Gli furono dati trenta giorni di permesso, che per Gennarino e la famiglia furono di grande sollievo. Poi venne chiamato alle armi anche il fratello Giovanni di diciannove anni e i genitori rimasero da soli con le due figlie femmine. Per loro fu molto difficile e complicato gestire una paranza, in tempo di guerra, con due giovani figlie, in casa, da sfamare. Durante quella licenza, 19 settembre 1942 sposò Achiropita Potentino.
Il 19 settembre nella storia di Gennarino ritorna sempre.

Successivamente, il 7 ottobre 1942, venne richiamato a Bolzano e lì combatté ai confini con il Brennero, fino all’Armistizio dell’8 settembre 1943, proclamato dal governo Badoglio.
Dopo l’Armistizio, le truppe italiane restarono acefale, senza un comandante in capo, allo sbando e, posto davanti alla scelta di continuare a combattere al fianco dei tedeschi, oppure di opporsi alla barbarie messa in atto da questi, Gennarino Scorza, insieme ad oltre seicentomila militari italiani, scelse la seconda opzione. Scelse di dire no alla Repubblica Sociale Italiana e al nazifascismo.
Fu catturato dai tedeschi, a Fortezza (Bolzano), il 19 settembre 1943. Esattamente un anno dopo il suo matrimonio. Questa data torna e ritorna spesso nella sua vita.

I soldati provenienti dal sud avevano ancora le divise estive. Gennarino invece, nel suo zaino aveva due maglie di lana e un cappotto che aveva portato alla moglie dell’amico Alfredo per un rammendo. Si avviarono a piedi, camminarono per ore, senza sapere dove fossero diretti.
Dopo ore di cammino, giunsero alla stazione ferroviaria, dove aspettarono morti di sete e di fame e dove iniziarono a fare i bisogni come gli animali. Furono caricati in quaranta – cinquanta nei vagoni merci di un treno. Viaggiarono per alcuni giorni, in condizioni tragiche, accalcati, senza servizi igienici, fino a giungere ad Amburgo. Le malattie intestinali incominciavano a diffondersi. Da Amburgo Gennarino Scorza venne, quindi, deportato nel lager XB a Sandbostel, situato nel distretto della stessa città.
Appena arrivati, sporchi e luridi, non sembravano più uomini, Gennarino Scorza diventò un numero, il 152032XB, e così dimenticò il suo nome, non sapeva più come si chiamava.

Gli diedero un giaciglio con un po’ di paglia, situato nelle baracche di legno che contenevano oltre cinquanta persone, ammassate le une sulle altre. Venne destinato a una fabbrica di bombe, situata vicino Brema.
Al mattino, dopo l’adunata e il controllo delle presenze, iniziava la tortura quotidiana: erano costretti ad andare a lavorare e a tornare a piedi. Il lavoro era pesante e quelle fabbriche, molte volte, furono oggetto di bombardamento degli alleati. La vita era diventata veramente impossibile, la fame e il freddo erano diventati insopportabili. Il 20 novembre 1943 il responsabile tedesco aveva respinto le richieste della Croce Rossa Internazionale di poter assistere gli internati, perché non erano soggetti alla Convenzione di Ginevra del 1929, dunque non erano considerati prigionieri di guerra.
Intanto il tempo trascorreva, arrivò Natale del 1943, tra le immani sofferenze per il freddo e la fame, il corpo iniziava a debilitarsi ma aumentavano le pressioni per aderire. Più i soldati italiani dicevano di no, più i tedeschi gli sottraevano il cibo, con la scusa che non erano risultati produttivi.

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A Sandbostel conobbe Alessandro Natta, il beato Edoardo Focherini, Emanuele Giuntella e Giuseppe Lazzati, quest’ultimo organizzava nel lager veri e propri cenacoli di preghiera, teneva il morale alto rafforzando la speranza che ce l’avrebbero fatta. Ebbe modo di conoscere anche Guareschi e Tedeschi, che preparavano degli spettacoli teatrali, momenti capaci, per alcuni istanti, di far dimenticare gli orrori del lager.
La condizione disumana data dall’internamento gli causò, purtroppo, un veloce declino delle condizioni di salute. Nel novembre del 1944 si ammalò, ebbe la febbre alta per diversi giorni e non potette essere destinato allo sfruttamento coatto. Venne portato ad Amburgo, in un sanatorio dove gli venne diagnosticata una pleurite e la tubercolosi (TBC). Nonostante la malattia, che lo indeboliva e gli determinava un continuo e inesorabile deperimento, resistette.
Giunto allo stremo delle forze, denutrito e affaticato, non più destinato al lavoro, un ufficiale medico italiano, pare si chiamasse Diana, anch’egli prigioniero, conscio del pericolo a cui Gennarino Scorza andava incontro e che lo avrebbe portato alla morte, gli aspirò, in maniera rudimentale, il fluido dai polmoni. Quest’operazione, da cui Gennarino Scorza riuscì a trarre sollievo, venne ripetuta fino alla completa asportazione del liquido pleurico.
Lo condussero nel Lazarettlager di Fùllen, dove salvifico si rivelò l’intervento del cappellano militare di campo, Padre Ettore Accorsi, frate domenicano, Medaglia d’Oro al Valor Militare, che, rischiando la propria vita, reperì dalle mense del cibo “qualche patata bollita, alcuni pezzi di pane raffermo…”, ricordava Gennarino, che gli garantirono la fragile sopravvivenza.
La sera del 5 aprile 1945, i tedeschi, inaspettatamente, entrarono nelle baracche e asportarono le lampadine, i soldati moribondi rimasero di stucco e chiesero loro il motivo per cui venivano lasciati al buio, gli fu risposto che quelle lampadine andavano cambiate. Una volta usciti, sentirono che sbarravano le porte delle baracche dall’esterno; capirono che era arrivata la fine, pensavano che avrebbero dato fuoco al campo, condannandoli a morte.

La notte trascorse in un silenzio assordante. Il 6 aprile 1945, invece, cessò lo stato di cattività: il campo di Fullen venne liberato dalla XII armata canadese e Gennarino Scorza si salvò grazie all’intervento provvidenziale, ai limiti dell’inspiegabile, di un tenente medico dell’armata alleata, che scoprirà essere il figlio di un fratello del padre rimasto a New York, suo cugino, Dr. Francis Joseph Scorza.
Questa storia riguarda un uomo come noi, un pescatore calabrese, che nel momento più buio della storia italiana, seppe compiere la scelta più difficile, dire No al nazifascismo. Una scelta pagata con patimenti, stenti e la compromissione della salute. Ma si tratta anche di una storia di rinascita, di ritorno alla vita, di affermazione dei valori democratici.

Francesco Sapia

Francesco Sapia

Impiegato per professione, giornalista, scrittore e fotoamatore per passione. Dopo la laurea in scienze Politiche presso l’Università della Calabria, ha conseguito un master in comunicazione marketing e gestione di eventi. In passato ha collaborato con la Provincia Cosentina e il Quotidiano della Calabria. Dal 2006 al 2011 è stato responsabile della Comunicazione Istituzionale del Comune di Rossano. Si impegna, in maniera alterna, nella scrittura di libri gialli e di libri che riguardano la sua comunità.

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