Repubblica nasce senza sport, ma poi si accorge dell’errore e ingaggia fuoriclasse, i quattro Gianni vissuti e poi raccontati da Giuseppe Smorto nel suo ultimo libro. I nomi non avrebbero bisogno di spiegazioni, ma nell’epoca degli highlights con la pretesa di farci capire tutto in pochi secondi, molti potrebbero non sapere che c’è stato un tempo in cui, per una strana congiuntura, sono passati su quelle colonne Brera, Mura, Minà e Clerici.
“Non avremo lo sport”
Passata quella iniziale allergia di Barbapapà, il direttore Eugenio Scalfari del “non avremo lo sport” e “ho fatto solo qualche partitella quando ero all’Espresso”, ormai la scelta è obbligata per un quotidiano con la pretesa di esplorare pregi e difetti di un Paese malato di pallone. Il calcio in particolare, non è solo un gioco, è una questione eminentemente politica. Lo sport a Rep approda grazie a Mario Sconcerti che ne è il primo caposervizio. Smorto racconta anni vissuti in quella redazione e in quel giornale fino a diventarne vice direttore e prima ancora caporedattore allo Sport e al timone del sito per molti anni. Mercoledì 25 marzo alle ore 18:00 Smorto presenta il suo libro alla libreria Ubik di Cosenza con Eugenio Furia, giornalista del Corriere della Calabria.

GioanBrerafuCarlo
Da manuale l’incontro Sconcerti-Brera. Dopo le iniziali battute pungenti si passa all’ostricheria e si tira fino a notte, sarà una costante di almeno due dei 4 G. Si capisce che il maestro di San Zenone al Po è sul mercato. Arriva a Repubblica e lo attende un corteo e qualche mugugno (sono i tifosi della Roma in redazione, lui è dell’Inter) – dalle maestranze fino ai vertici -, perché uno come GioanBrerafuCarlo non è “un”, ma il top player, parola che avrebbe odiato Gianni Mura con la forza corrosiva e tagliente delle sue parole. Brera certifica che Repubblica è forte; se arriva lui vuol dire che le cose vanno bene, Smorto lo racconta con due parole che chi ha fatto giornali sa bene: qualcuno può fare un figlio, altri lo fanno studiare, Repubblica è sopravvissuta e adesso vola alto con le copie che aumentano e insidiano il Corsera. Qualcuno contesta la scelta e lo scrive su Repubblica stessa (quali altri giornali lo avrebbero permesso?): è Oliviero Beha che mette in scena il suo personale nuntereggae più contro un Brera pronto a rispondere come se avesse ancora l’olio canforato sulle gambe: «Almeno io a calcio ho giocato».
E il calcio lo ha pure inventato con una serie di neologismi entrati nel lessico pallonaro: atipico, goleador, pretattica, parata in due tempi, contropiede, traversone, libero, melina. Per non parlare dei soprannomi. Uno su tutti: “Rombo di tuono” Gigi Riva. Smorto – nel suo I 4 Gianni e lo sport a Repubblica (Minerva 2026) – ci racconta anche un Brera amante dei versi che «ha pianto il suicidio di Lorenzo Calogero insieme al fratello». Calogero è stato un grandissimo poeta calabrese di Meliccuccà.
«Tra vent’anni sarai famoso»
Osteria e Boqueria. Potremmo pure iniziare così un altro pezzo nel pezzo. Gianni Mura è nel club dei magnifici 4, gira per «cantine dove si brinda a ogni crollo del Nasdaq» e si aggira per il mercato di Barcellona con Manuel Vazquez Montalban e Pepe Carvalho, il detective protagonista dei suoi libri. Mura segue 33 tour de France e scrive con una vecchia Olivetti quando tutti sono ormai col pc, i giapponesi intervistano prima lui e poi i ciclisti in gara. È uno che archivia, ritaglia, conserva e riesce a «dedicare due colonne a una notizia scovata su un giornale locale». Appassionato di giochi linguistici, individua in Salas l’unico calciatore palindromo. Smorto rammenta la risposta di un lettore di Rep che ne aveva trovato un altro: Apa del Cosenza calcio. Mauro Sconcerti gli affibbia una rubrica e gli dice che un giorno parlerà pure del Papa e «tra vent’anni sarai famoso». Tutto vero, compreso il voto 0,5 dato a Woytila. La rubrica si chiamerà Sette giorni di cattivi pensieri. Un bestiario di varia natura dove c’è dentro lo scibile umano. Senza digitale, senza pennette. Era «molto analogico» – dice Smorto. Mura ci manca.
Eravamo io, Gianni Minà…
Pure Gianni Minà manca a questo Paese omologato. Un giornalista – scrive Smorto – che «può passare ore e ore al montaggio per un’intervista a Sergio Leone, e dettare nelle pause a Repubblica un’intervista a Mennea, una delle sue stelle ribelli». Nel libro non possono mancare la storia della celeberrima foto da Checco er Carrettiere a Roma, dove Minà mette allo stesso tavolo proprio Sergio Leone, Muhmamed Ali, Gabriel Garcia Marquez e Robert De Niro. Maradona, Fidel e l’epica di un Sudamerica nei suoi infiniti contrasti ne fanno un cantore-cronista unico. Porterà Smorto con sé come condirettore a Tuttosport. E lì gli aneddoti fioccano: il pezzo dettato sul campionato della Selva Lacandona al fianco del comandante Marcos in Chiapas e il giorno in cui qualcuno invoca un pezzo di Osvaldo Soriano che puntualmente arriva dopo la chiamata di Minà. Nella sua agenda, ha ragione Troisi, c’è il mondo. E non sono solo Storie di Fùtbol.
Lo scriba
Di provare, c’ha provato a scrivere di calcio. Poi Mariolino Corso gli ha dato buca senza avvisarlo, mentre Karen Blixen (scrittrice sublime de La Mia Africa) gli ha chiesto scusa per cinque minuti di ritardo in un appuntamento a Copenaghen. Luna di miele mai nata col pallone, meglio i prati e le volée ormai merce rara sui campi. Lo scriba, così amava autodefinirsi, ha sempre fatto a modo suo. Chi non possiede il suo “500 anni di tennis” cerchi di rimediare in fretta. Gianni Clerici è uno che può permettersi il lusso di scrivere un pezzo da Wimbledon e dedicare le prime venti righe alla descrizione di un quadro. Lo sport a Repubblica è sempre stato questo: raccontare il gioco allargando lo sguardo. Perché non basta un reel per raccontare un rovescio di Federer.

