Freddie, l’Aids, la colpa e la generazione Interrail

Il paesaggio emotivo di Bohemian Rhapsody, il virus, la morte del cantante dei Queen. Quei ragazzi in bilico tra desiderio e terrore. Anni dove la malattia diventò uno stigma sociale

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di Walter Greco (sociologo Dispes Unical)

 

Tra gli anni ’80 e gli anni ’90 (e già sembra strano dover precisare “dello scorso secolo”) chi, come me, ha sessant’anni oggi viveva in pieno la generazione dell’Interrail, del sogno europeo di partire da una città e svegliarsi in un’altra nazione. Ci si sentiva subito affini, riconoscibili: eravamo quelli lì e non altri. Non sempre ben pettinati, quasi mai ben lavati, ma con la smania di andare a scoprire l’altrove a bordo di un treno. Un po’ lo speravamo e un po’ accadeva per caso: si entrava in familiarità, anche intima, con persone sconosciute. A volerla dire tutta, e col senno di poi, eravamo una sorta di Beat Generation europea trent’anni dopo: ma non in ritardo.

La minaccia del virus

Quell’incoscienza dentro al basso ventre venne interrotta bruscamente dall’affacciarsi di un nemico subdolo: un virus che attaccava le difese immunitarie, verso cui l’unica difesa vera, all’inizio, sembravano essere la castità e i  costumi morigerati e i pulpiti mondiali che si riempivano di predicatori che brandivano le fiamme dell’inferno come punizione per i dissoluti. La paura che calava su un’intera generazione imponeva all’improvviso maggiore prudenza: d’un tratto bisognava stare attenti a chi si baciava, con chi si entrava in quella intimità fugace che era stata fino ad allora la colonna portante di discussioni, miti, racconti, veri o presunti che fossero perché la malattia aveva una incubazione lunghissima, di anni, era asintomatica ma ci si poteva contagiare lo stesso.

Il punto di svolta per quella generazione arrivò un giorno come tanti, il 24 novembre del 1991 quando dalle radio, dalla televisione di tutto il mondo, da Music Television, si sparse la notizia della morte di Freddie Mercury, pilastro sonoro di milioni di ragazzi e ragazze. Ricordo un pomeriggio freddo col buio scandinavo che arrivava presto, quella notizia non lasciò altro da fare se non non mettere sul piatto dello stereo i 33 giri dei Queen che regalavano ancora note vive e calde di pura genialità artistica. Una canzone apparve in maniera immediata, fortemente simbolica.

Bohemian Rhapsody è probabilmente la canzone più potente di Mercury

La voce oltre il virtuosismo

C’è un momento, in questa canzone, in cui la voce di Mercury smetteva di essere virtuosismo e diventava un taglio nella carne, quando urlava: I don’t wanna die. Non era più teatro, non era più gioco operistico, era un grido che sembrava arrivare da un punto più basso, dove l’orgoglio non serviva e la maschera non proteggeva. Chi ha oggi sessant’anni, chi era giovane quando l’AIDS cominciò a mietere le sue prime vittime, conosce bene quel suono.

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Non perché l’abbia sentito per la prima volta da Mercury, ma perché l’ha sentito nella vita: nel silenzio intorno a un letto d’ospedale, nel vuoto lasciato da amici spariti troppo presto, nella paura muta davanti a un test, nel brusco risveglio di una generazione che si era affacciata alla libertà e si era ritrovata davanti un muro di angoscia.
La malattia arrivò come un fulmine. All’inizio era “la cosa degli altri”: degli americani, dei
gay, dei tossicodipendenti, “di certe vite”. Poi, piano piano, quegli “altri” si avvicinarono. Presero nomi, facce, storie. E a quel punto fu chiaro che non c’era più un fuori: anche chi non ne era toccato direttamente viveva in un clima che cambiava il modo di pensare al corpo, al contatto, al desiderio.

Bohemian Rhapsody è il titolo del film diretto da Bryan Singer e interpretato da Rami Malek sulla vita di Freddie Mercury

Il terrore che riguardava tutti

Il terrore non guardava più l’orientamento sessuale ma entrava nei salotti, nelle conversazioni, nelle aule scolastiche, nell’immaginario. Era un’ombra che si stendeva su tutti, senza chiedere il permesso. Per molti uomini e donne dei primi anni Ottanta, I don’t wanna die divenne la frase che nessuno pronunciava ad alta voce, ma che tutti, almeno una volta, avevano pensato. Quegli anni ci videro crescere mentre il mondo si ammalava. Di colpo non eravamo più soltanto musica in cassetta, spalline, capelli cotonati, luci al neon e paninari. Eravamo anche il momento in cui la parola AIDS entrava nell’uso quotidiano. All’inizio come un sussurro, poi come un’allerta continua. Si passava dalla mera curiosità delle prime esperienze, dalla leggerezza di incontri quasi incoscienti, al momento in cui la parola paura si intrecciava con stilettate fatte di ignoranza, moralismo, confusione.

Per un ragazzo o una ragazza di vent’anni, non era solo una nuova malattia, era un confine tracciato all’improvviso nel cuore stesso del vivere, lì dove nascevano amore, sesso, vicinanza. Se ne parlava senza parlarne davvero. La malattia veniva usata per giudicare, dividere, tracciare linee fra i “perbene” e i “pericolosi” e si capiva che stava succedendo qualcosa che ci riguardava più di quanto gli adulti non volessero ammettere. Ci si sentiva addosso una colpa che nessuno sapeva di avere.

Il film Philadelfia, con Denzell Washington e Tom Hanks, fu probabilmente la prima pellicola fad affrontare la tematica dell’Aids come malattia legata alla “colpa” dell’omosessualità

La malattia coniugata al concetto di  “colpa”

In questi anni, l’idea della “colpa” si attaccò alla malattia come una seconda pelle. Molti non
si sentivano solo minacciati da un virus, ma anche giudicati per come vivevano, per chi amavano, per i loro desideri. E questo veleno ha colpito tutti quelli che avevano vent’anni e si affacciavano alla vita adulta, perché ha scosso la fiducia nel fatto che il corpo fosse un luogo innocente, si scopriva la fragilità improvvisa di una generazione a cui veniva chiesto di essere prudente senza sapere bene da che cosa proteggersi, di essere responsabile senza avere ancora imparato a conoscersi. All’inizio della canzone, Mercury invoca la madre: Mama, life had just begun.

Per anni quel verso, nato nel lontano’75, era sembrato solo un espediente lirico. Riascoltato attraverso la memoria dell’AIDS che si andava costruendo, quell’appello cambiava luce. Diventava il gesto di chi torna al porto sicuro quando il mondo crolla, di chi cerca perdono prima ancora di sapere per cosa, di chi ha qualcosa da confessare ma non trova le parole.

L’amore deprivato della sua bellezza

L’Aids tolse candore all’amore, trasformò il desiderio in questione di vita o di morte, rese
sospetto perfino un abbraccio o un bacio. Il corpo non era più solo desiderio. Per chi si affacciava alla vita adulta, aveva smesso di essere un terreno spontaneo. Ogni gesto veniva caricato di un doppio registro: da un lato il piacere, dall’altro il rischio. Il contatto era desiderato e temuto allo stesso tempo, e si sgretolava persino l’idea che alla fine non sarebbe potuto succedere. In questo paesaggio emotivo Bohemian Rhapsody, suo malgrado, finiva per fare da colonna sonora di un sentimento comune: la voce che urla di non voler morire parlava a chiunque, al di là di chi amasse chi.

E allora, quando si sente ancora Mercury cantare “Too late, my time has come/Sent shivers down my spine/Body’s aching all the time/Goodbye everybody –  I’ve got to go/ Gotta leave you all behind and face the truth” per molti non è solo un capolavoro rock. È un lampo di riconoscimento. È come se quella voce restituisse, in pochi versi, l’angoscia, la nostalgia e la rabbia di chi ha visto la propria giovinezza attraversata da una lama. Al di là delle interpretazioni simboliche, delle letture psicologiche, delle biografie, per tanti quella canzone è diventata il luogo in cui una paura indicibile ha trovato finalmente espressione.

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