L’Epifania calabrese: la notte dei miracoli e dei prodigi

In un mondo che pretende di spiegare tutto c'è qualcosa che ci ricorda l'esistenza di una parte della realtà che non si può misurare, ma solo sentire

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In Calabria, la notte che separa il 5 dal 6 gennaio non appartiene al calendario civile, né interamente a quello liturgico. Appartiene, invece, a un tempo sospeso, quello che gli antropologi definiscono “liminale”, ovvero una soglia magica dove le leggi della fisica si piegano e il mondo del quotidiano si fonde con quello del prodigio. È una Notte dei Miracoli, un momento in cui la terra trattiene il respiro e l’uomo torna a essere una creatura tra le creature.

Epifania: il mito degli animali parlanti

​Il cuore pulsante di questa notte risiede nel mito degli animali parlanti. Potrebbe sembrare una favola bucolica, ma è, invece, un dramma metafisico. Come documentato da Raffaele Lombardi Satriani, si credeva che a mezzanotte le bestie acquisissero il dono della parola per giudicare i propri padroni. In questo rito si consuma un’inversione di potere necessaria: per un’ora, l’uomo – spesso padrone severo per necessità o temperamento – trema davanti al bue e all’asino. C’è un’umanità profonda nel gesto di offrire la “cioffa” (la doppia razione di biada). E’ un atto di corruzione poetica, una richiesta di perdono sussurrata nel buio della stalla per assicurarsi che, nel momento del “Verbo”, le bestie parlino bene di noi. È il riconoscimento di una dignità ancestrale che la cultura rurale calabrese ha sempre tributato al mondo non umano.

Cibo e Mezzogiorno

Nelle cucine, intanto, si celebra la resistenza contro il buio. La cena delle tredici portate è un dispositivo magico-religioso. Ottavio Cavalcanti, Giovanni Sole e Vito Teti ci hanno insegnato che il cibo nel Mezzogiorno è un linguaggio. Mangiare tredici cibi diversi (dai broccoli di rapa allo stoccafisso, dai “cuddurieddri” cosentini ai petrali reggini) serve a incorporare l’intero anno a venire. Ma la tavola non è mai solo per i vivi. L’uso di lasciare i resti per il “Bambinello” o per le anime dei trapassati – una pratica analizzata magistralmente da Luigi Maria Lombardi Satriani – trasforma la cena in un’ospitalità cosmica. Non si mangia mai da soli: ci si siede a tavola con la storia, con i propri defunti e con il divino che bussa alla porta.

Epifania calabrese: la notte si fa suono e magia

​Se nelle province di Catanzaro e Vibo Valentia la magia è fatta di divinazione (il lancio della scarpa per leggere il destino o l’acqua delle fontane che si fa vino), a Cosenza la notte si fa suono. La Strina è il canto che ripara le fratture della comunità.
​”Si d’intra c’è n’amicu o n’eriditante, arapiti ssa porta a ssu ‘gnurante.”
​In questi versi risiede il senso della soglia: il cantore si definisce “ignorante” (umile viandante) e chiede all’ “erede” (il custode della casa) di aprire. La porta è il confine tra il caos esterno e l’ordine domestico. Aprirla significa permettere alla fortuna di entrare, chiuderla significa restare isolati nel gelo dell’inverno.
​Dobbiamo però fare una distinzione: la Calabria (tradizionale) ignora quasi del tutto la Befana commerciale, quella vecchia caricaturale sulla scopa. La “Befanìa” calabrese è una manifestazione (Epiphàneia) del sacro. È l’idea che la rivelazione divina non sia un concetto astratto, ma un evento chimico che trasforma gli elementi: l’acqua in olio, il piombo in oro, il futuro incerto in un segno leggibile tra le braci di un focolare.

Perché abbiamo ancora bisogno di questa notte?

L’umanità resiste. ​Perché abbiamo ancora bisogno di questa notte? Perché, in un mondo che pretende di spiegare tutto, l’Epifania calabrese ci ricorda che esiste una parte della realtà che non si può misurare, ma solo sentire. È l’ultima difesa contro il disincanto. Umanizzare questa notte significa capire che per i nostri antenati il magico non era una fuga dalla realtà, ma uno strumento per sopportare la fatica del vivere. Sapere che almeno una notte all’anno “tutto è possibile” rendeva il domani meno amaro. È la festa dell’invisibile che si manifesta, la prova che, finché ci sarà un focolare acceso e una storia da raccontare, l’uomo non smetterà di cercare il prodigio nel quotidiano.

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