Elogio dell’imperfezione: estetica del bello e bellezza del brutto

Cosa succede se liberiamo l'idea di bellezza dall'estetica classicista? Come nella concezione di Karl Rosenkranz

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Cos’è la bellezza? È una domanda complessa alla quale filosofi, intellettuali, artisti, poeti e teologi di ogni tempo hanno cercato di rispondere. Non è possibile riassumere in poche righe il pensiero espresso in millenni, ma possiamo concederci una breve riflessione. La risposta più spontanea a questa domanda, frutto di un’educazione culturale secolare, ci porterebbe a identificare immediatamente la bellezza con ciò che appaga il nostro gusto estetico, con ciò che giudichiamo piacevole, armonioso, proporzionato, equilibrato, e ciò che suscita in noi sensazioni piacevoli, che ci rasserena. Ciò che è bello è anche buono, così ci ha insegnato la cultura classica.

Il modello dei Bronzi di Riace

Prendiamo, ad esempio, i Bronzi di Riace, che sono giustamente diventati statue-simbolo, l’espressione più esemplare del concetto di bellezza sviluppato in Grecia. La bellezzamaschile, nella mentalità greca, si identificava completamente con l’armonia di un corpo muscoloso: l’attrattiva di un uomo era determinata dal possesso di un fisico atletico, capace di esprimere forza, vigore e salute. La perfezione di un tale corpo era uno strumento per rappresentare plasticamente l’essenza più alta, l’umanità più profonda dell’uomo. Nella rappresentazione classica del nudo risiedeva anche un’ispirazione essenzialmente religiosa: l’immagine di un corpo perfetto era certamente la più gradita agli dei, e in quella essi si riconoscevano. Così, gli atleti e i guerrieri con corpi perfetti erano privilegiati, perché vicini alla divinità e quindi superiori agli altri.

I Bronzi di Riace

Estetica del brutto

Cosa succede se liberiamo l’idea di bellezza dall’estetica classicista? Come nella concezione di Karl Rosenkranz (1805-79) nel libro “Estetica del brutto”: il brutto è protagonista della riflessione artistica, ottenendo così la sua “cittadinanza estetica” nell’arte (Franzini), grazie al riconoscimento di un valore non solo negativo, come semplice opposizione del e al bello, né esclusivamente una funzione meramente euristica (il bello verrebbe rivalutato proprio perché correlato al brutto, come se il già bello diventasse ancora più bello perché posto accanto al brutto).

Otterrebbe una dimensione portante per il bello, come sua negazione certamente, che viene, a sua volta, ricompresa dialetticamente in un approfondimento del bello in sé, in un ritorno del bello al bello, confermato in sé e per sé dal suo contraddittorio (auto)alienato. Bello e brutto in reciproca relazione dialettica quindi: come il brutto non ha esistenza di per sé, ma la riceve dal bello, così quest’ultimo, inteso come unità e armonia, non può fare a meno del brutto come suo momento intimo.

Disegni di Leonardo da Vinci

Il Cristianesimo: la bellezza nel dolore

Secondo questa concezione, il brutto è l’antitesi del bello, come emblema di disarmonia. Il brutto è quindi il risultato di una mancanza, di un’alterazione o addirittura di una deviazione. Se, tuttavia, liberiamo l’idea di bellezza dall’estetica classicista, queste categorie vengono meno. Ad esempio: può esserci bellezza nel dolore, nella sofferenza, nella morte? Secondo il sentire cristiano, sì: perché l’imperfezione è propria della dimensione umana, così come il dolore è intrinseco alla vita di ciascuno di noi.
Il cristianesimo ha proposto una diversa dimensione etica della bellezza, riconducendola alla sfera della verità. Cristo fu spesso rappresentato nel momento massimo della sua umiliazione. Inchiodato alla croce, ferito e sanguinante, appare certamente deforme, ma quella sua deformità esteriore sa esprimere magnificamente la bellezza interiore del suo sacrificio.

Secondo l’estetica del brutto, i Romantici hanno identificato la bellezza con il “sublime” e sostenuto che ciò che sa emozionare e persino disturbare è soprattutto bello. Lo spettacolo sconvolgente della natura, pensiamo a un mare in tempesta, non è detto che sia propriamente bello, almeno in senso estetico, ma coinvolge e quindi piace. Siamo anche debitori di questa idea romantica del bello: anzi, per certi versi la nostra modernità relativista è molto incline a legare la bellezza alla soggettività del sentimento.

Espressionismo: ecco un’estetica del brutto

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Nel corso del XX secolo, a partire dall’Espressionismo, si è sviluppata una vera e propria estetica del brutto, di cui il valore artistico è stato esaltato sia eticamente che emotivamente. Alcuni artisti hanno (metaforicamente) attaccato il pubblico proponendo la rappresentazione di una bruttezza che si identifica con il male, e questo per denunciare le distorsioni di una società che consideravano ipocrita, corrotta e degradata.
Oppure, attraverso la bruttezza, hanno dato un volto terribile alla propria paura di vivere e alla propria angoscia, hanno voluto sondare, attraverso la sgradevolezza di immagini imperfette, i propri limiti, le proprie fragilità molto umane.

In tal modo, hanno riconosciuto, implicitamente, l’equazione tradizionale di “bello = buono”: ma solo rinunciando alla rappresentazione del bello classico hanno potuto mostrare a tutti che l’uomo contemporaneo aveva perso la sua virtù originale. Ovviamente, tali artisti non hanno mai percepito le proprie opere come “brutte”, pur nella consapevolezza di non aver rispettato affatto i canoni estetici tradizionali.

Questo è infatti l’originalità dell’impostazione e della riflessione di Rosenkranz: la creazione di un vero sistema filosofico in cui il brutto possa trovare la sua ratio essendi e ratio cognoscendi. Paradossalmente, all’interno di questo sistema, non sarà il brutto ad avere bisogno del bello, ma il bello del brutto che, in quanto punto di passaggio, non possiede uno statuto ontologico se non come trascendentale del bello stesso.

La dialettica di Hegel

All’interno della dialettica hegeliana, infatti, l’idea, dal suo stato di totale perfezione e purezza (che è però astrazione intellettuale), decade dal suo status “in sé” per materializzarsi nel “fuori di sé” (basti pensare alle tre macro-sezioni dell’Enciclopedia delle Scienze filosofiche di Hegel: Scienza della Logica – Filosofia della Natura – Filosofia dello Spirito): l’idea stessa diventa la sua auto-alienazione, si trova nella materialità svilente, nell’impurità, nella diastematicità, in breve, diventa brutta. In sé, la nuda e indistinta identità non è ancora positivamente brutta, ma lo diventa.

La purezza di un particolare sentimento, di una particolare forma, di un suono, nell’immediato può essere anche bella. Se, tuttavia, c’è sempre e solo questa unità senza interruzioni, senza cambiamento e opposizione, il risultato è una triste povertà, uniformità, monotonia cromatica e sonora […] Il purismo in sé indistinto, ripetitivo, che si distingue solo rispetto al nulla dell’assenza di forma, il purismo dell’univocità di forma e colore, di suono e rappresentazione, diventa brutto, intollerabile (Estetica del brutto, p. 70).

“Pregnant”, un’opera di Marc Quinn

Il coraggio di Allison

Lo scultore britannico Marc Quinn (1964) si è affermato sulla scena internazionale con opere che raccontano il coraggio di convivere con la disabilità, la lotta per la vita, la difesa della propria dignità, la fatica quotidiana. Nel 2005, l’artista ha scolpito l’opera che lo ha reso più famoso: Alison Lapper incinta, una statua di marmo di quindici tonnellate inizialmente esposta (fino al 2007) a Trafalgar Square, a Londra, e successivamente ospitata per lunghi periodi in altre città, tra cui Verona.

Alison Lapper è un’amica dell’artista, nata senza braccia e praticamente senza gambe a causa di una malformazione genetica. Abbandonata subito dopo la nascita, questa donna non ama commentare la scelta della madre: «Le dissero che non sarei vissuta più di venti giorni, le dissero di lasciarmi in ospedale, e così fece». Invece, è sopravvissuta ed è diventata adulta. Non volendo arrendersi alla sfortuna, Alison ha preteso per sé una vita normale, una famiglia, l’esperienza della maternità.
E, con notevole coraggio, è riuscita a ottenere tutto questo: rimasta incinta («Non sono la nuova Immacolata Concezione, ho fatto come fanno tutte le donne, perché è davvero stupido non capire che anche in un corpo diverso la sessualità è la stessa», ha scritto), ha avuto un figlio perfettamente sano. La scultura di Alison Lapper incinta è quindi un monumento all’eroismo femminile, all’amore che vince su tutto, alla maternità che non si arrende.

Armando Rossi

                                                                                                               @red_armand

architetto e professore di Storia dell’Arte

 

 

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