De Martino e Calvino: c’è Crisi della presenza nelle Città invisibili

Nel '73 Calvino tiene la lezione americana sulla Visibilità, cita esplicitamente de Martino: immaginazione come antidoto alla perdita di mondo

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Italo Calvino ed Ernesto de Martino non furono amici, non lavorarono mai fianco a fianco, eppure tra il 1958 e il 1985 – dagli anni di “Morte e pianto rituale” fino alla morte di Calvino – si stabilì una corrente sotterranea, profonda e feconda, che ancora oggi merita di essere riportata alla luce.
Proprio in questi giorni, mentre rifletto su questo rapporto intellettuale, il ricordo del recente convegno “Italo Calvino nell’immaginario collettivo 1985-2025: 40 anni senza”, tenutosi il 27 e 28 novembre all’Università della Calabria e organizzato dal Dispes, mi riporta con urgenza al presente. L’evento, svoltosi tra le aule di Arcavacata, ha radunato studiosi, scrittori e antropologi in sessioni vivaci dedicate all’eredità calviniana: dalle città invisibili come specchi dell’inconscio collettivo, fino al dialogo tra letteratura e scienze sociali.

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Tra i contributi emersi, quasi tutti mi hanno evocato de Martino. Una serie di interventi mi hanno ricordato come le “crisi della presenza” calviniane – quelle dissolvenze di senso nei labirinti metropolitani – riecheggino i riti di rimorso del tarantismo meridionale. È stato un ponte ideale, quel convegno, tra il fantastico di Calvino e l’etnografia militante di de Martino, ricordandoci che l’immaginario collettivo non è astratto, ma radicato in terre concrete, come la Calabria, il Sud che ospitava i relatori.

Calvino lesse de Martino con l’avidità di chi scopre una mappa per territori che già abitava senza saperlo nominare. Quando, nel 1961, riceve “La terra del rimorso”, gli scrive una lettera breve ma entusiasta: «È un libro che mi ha veramente entusiasmato, per la ricchezza e la profondità dell’indagine e per la bellezza della scrittura». Non è cortesia editoriale, ma è riconoscimento di una fratellanza intellettuale. Calvino, redattore Einaudi, aveva accompagnato l’uscita di quasi tutti i libri di de Martino; de Martino, dal canto suo, vedeva in Calvino uno dei pochi scrittori capaci di pensare il mondo senza cedere al sentimentalismo folklorico né al razionalismo arrogante.

Il punto d’incontro è la “crisi della presenza”. De Martino la individua nel tarantismo lucano: l’individuo che perde il proprio “esserci-nel-mondo”, che smarrisce i confini culturali tra sé e il cosmo, e che solo il rito periodico – musica, danza, morso simbolico del ragno – può ricondurre a casa. Calvino la riconosce nelle sue città invisibili, cioè luoghi dove la memoria collettiva si sfilaccia, dove i segni non significano più, dove l’uomo rischia di diventare «un segno tra i segni», privo di centro. Zora, la città che «non può né muoversi né godere della propria immobilità perché è tutta memoria», è sorella della Crisopoli demartiniana: la presenza si salva solo se la cultura sa reinventare continuamente i propri riti di fondazione.
Chi ha letto “Palomar” sa quanto sia debitore di de Martino. Il signor Palomar che osserva l’onda, il formaggio, il gorilla, che cerca di «tenere insieme il mondo» con lo sguardo, non è altro che un uomo alle prese con la “deistoricizzazione” di cui parlava l’etnologo napoletano: il rischio moderno di vivere in un presente senza spessore storico né simbolico. Salvare la presenza, per entrambi, significa ridare spessore mitico-rituale al quotidiano più minuto.

Ernesto De Martino

C’è poi un aspetto meno noto ma decisivo: il Meridione. De Martino lo attraversa con le sue squadre di etnografi e psichiatri; Calvino lo porta dentro la letteratura alta senza mai ridurlo a pittoresco. Entrambi rifiutano il dualismo Nord progresso / Sud arretratezza. Per de Martino il tarantismo è una risposta creativa alla crisi storica; per Calvino le città del Sud immaginario – quelle «continue», quelle «nascoste» – sono laboratori dove l’umanità sperimenta nuove forme di resistenza culturale. Non a caso, quando nel 1973 Calvino tiene la lezione americana sulla Visibilità, cita esplicitamente de Martino: l’immaginazione non è evasione, è l’unico antidoto alla perdita di mondo.

Quarant’anni dopo la morte di Calvino e sessanta da quella di de Martino, il loro dialogo silenzioso conserva una straordinaria attualità. Viviamo in un’epoca di crisi della presenza globale: città che crescono senza memoria, riti svuotati, simboli che non tengono più. Le smart cities rischiano di essere le nuove Tecla, costruite all’infinito per non morire e proprio per questo incapaci di vivere. Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di chi sappia leggere il tarantismo dentro l’algoritmo, la danza di possessione dentro il loop dei social, la “terra del rimorso” dentro le nostre periferie digitali.
Calvino e de Martino non ci hanno lasciato una scuola comune, ma un metodo, quello guardare il mondo con l’occhio del viaggiatore e la pazienza dell’etnografo, sapendo che ogni città, anche la più invisibile, è abitata da uomini che lottano per non smarrire se stessi. In tempi di smarrimento collettivo, rileggerli insieme non è esercizio erudito: è un atto di resistenza.

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