In questi giorni di fine novembre dell’Anno del Signore 2025, mentre l’Università della Calabria ospita un importante Convegno su “Italo Calvino nell’immaginario collettivo 1985-2025: 40 anni senza”, organizzato dal Dispes, mi sovviene un ricordo intimo, quasi archeologico, quello di un ragazzo negli anni Novanta, con Le città invisibili stretto tra le mani, sfogliato di notte sotto una lampada fioca, come un atlante proibito di mondi che non si visitano ma si abitano con la mente. Era il mio primo Calvino, uno di quei testi della giovinezza che non invecchiano, ma si stratificano come le mura di una città sotterranea, rivelando piani sempre nuovi. Era uno dei testi del Corso di Storia dell’Urbanistica dell’immenso professor Ilario Principe.
A quarant’anni dalla morte dello scrittore – quel 19 settembre 1985 che segnò l’inizio di un’assenza feconda –, quel libro mi appare non solo come un poema urbano, ma come un trattato antropologico ante litteram, un’indagine sulle culture umane che si cela dietro il velo del fantastico.
Le città invisibili e le metropoli immaginarie
Il convegno di Arcavacata, con le sue sessioni dedicate all’eredità calviniana nel nostro immaginario collettivo, offre l’occasione propizia per ripensare Calvino non soltanto come un narratore di favole cosmiche, ma come un osservatore acuto delle dinamiche culturali che definiscono l’umano. Le città invisibili, pubblicato nel 1972, è strutturato come un dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan: l’esploratore veneziano descrive all’imperatore mongolo una serie di metropoli immaginarie, organizzate in undici temi – le città e la memoria, e il desiderio, e i segni, e le magre, gli scambi, i sguardi, i nomi, i morti, i cieli, il continuo, il nascosto. Cinquantacinque brevi prose poetiche, un poliedro letterario dove ogni capitolo si apre e si chiude con un’interruzione dialogica, come un respiro tra una visione e l’altra.
Cosa c’entra l’antropologia di Barthes e Lévi-Strauss?
Ma cosa rende questo testo un’opera antropologica? Calvino, influenzato dalla semiotica e dallo strutturalismo – echi di Barthes e Lévi-Strauss riecheggiano nelle sue costellazioni urbane –, decostruisce il viaggio come genere etnografico, trasformandolo in un esercizio di alterità. Marco Polo non riporta mappe o statistiche, ma “risposte a una tua domanda”: le città non come luoghi fisici, ma come specchi culturali, rivelatori di come gli umani costruiscono senso dal caos.
Penso a “Diomira”, per esempio, la città dei desideri, un luogo di cupole e trofei che promette ogni felicità, ma che, visitata, si rivela effimera, un’illusione che si dissolve nel ritorno alla routine. Qui Calvino evoca l’antropologia del desiderio, quel motore culturale che Lévi-Strauss chiamava «struttura elementare della parentela», ma applicato all’urbano: le città come mitologie moderne, dove l’aspirazione all’ideale genera rituali collettivi di consumo e nostalgia. Oppure “Zaira”, città della memoria, i cui palazzi non sono descritti per le loro forme, ma per i segni incisi nei bassorilievi – un graffio di spada, un’orma di cavallo – che narrano storie invisibili. È un’antropologia della memoria culturale, alla Malinowski, per intenderci, dove l’oggetto non è isolato, ma è intrecciato in una rete di significati sociali, un “atlante di emozioni” che precede Google Maps, se il paragone è consentito.
Decostruzione del familiare
E non dimentichiamo le città dei morti, come “Tecla”, in perenne costruzione perché l’immobilità porta al declino: un’allegoria antropologica della resistenza culturale, dove le società umane, come le formiche o i nomadi beduini studiati da Evans-Pritchard, si rigenerano attraverso il mutamento perpetuo. Calvino, con la sua prosa combinatoria – un omaggio all’Oulipo, il gruppo di scrittori matematici di cui faceva parte –, genera un’etnografia speculativa che non descrive culture esistenti, ma quelle possibili, invitandoci a interrogare le nostre. In un’epoca di globalizzazione accelerata, dove le megalopoli reali – da Dubai a Lagos – si ibridano in forme ibride, Le città invisibili ci insegna che l’antropologia non è solo studio del “diverso”, ma decostruzione del familiare. Come nota un’analisi recente, il testo è “un lavoro di place-writing evocativa”, un’etnografia urbana che sfida l’antropologo a vedere l’invisibile: i desideri repressi nelle periferie, i segni dimenticati nei graffiti, i cieli inquinati che celano stelle culturali perdute.
Smart city e migrazioni forzate
Quarant’anni senza Calvino, un lasso di tempo in cui l’immaginario collettivo ha assorbito le sue città come virus benigni, influenzando architetti, urbanisti, antropologi, sociologi. Dal centenario della nascita nel 2023, con convegni interdisciplinari a Roma e Venezia di letteratura, scienze e arti, fino a questo appuntamento calabrese, l’eredità calviniana resiste perché tocca il nervo scoperto dell’umano: la città come specchio dell’anima collettiva. Oggi, in un mondo di smart city e migrazioni forzate, rileggere Le città invisibili è un atto militante che ci ricorda come le culture non sono musei statici, ma labirinti in espansione, “invisibili” solo a chi non sa guardare. Come Polo conclude al Khan: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui». In questo quarantennale, celebriamo non l’assenza, ma le città che Calvino ci ha donato: eterne, perché sempre da reinventare.

