CINEMATIKA | “Todo Modo” e l’autodistruzione del potere

La satira di Elio Petri (che trasforma in racconto filmico il libro di Leonardo Sciascia) diventa più feroce della denuncia, perché non mostra un sistema aggredito dall’esterno; ma un sistema che, svuotato di idee, comincia a divorarsi dall’interno con grande compostezza, quasi con educazione
26 Aprile 2026
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In “Todo modo” il potere si chiude in convento e prova a sopravvivere a se stesso. È qui che la satira di Elio Petri (che trasforma in racconto filmico il libro di Leonardo Sciascia) diventa più feroce della denuncia, perché non mostra un sistema aggredito dall’esterno; ma un sistema che, svuotato di idee, comincia a divorarsi dall’interno con grande compostezza, quasi con educazione.
L’inizio del film è già una diagnosi. Un eremo-albergo sotterraneo, corridoi umidi, cemento, luci basse, stanze che sembrano celle e bunker nello stesso momento. I politici arrivano per esercizi spirituali, ma l’aria non sa di raccoglimento, sa di riunione blindata, di paura amministrata, dove il silenzio non porta pace, perché è puro protocollo.
In questo spazio claustrofobico il potere smette di essere rappresentanza e diviene una liturgia vuota. Si prega, si mangia, si trama, si sussurra. Si invoca Dio come si invoca una clausola di salvaguardia. La religione non orienta, tutt’al più si pone come una decorazione ornamentale. Non apre il giudizio morale, lo copre con un velo più elegante. Ed è proprio qui che il film colpisce ancora oggi, perché comprende una cosa semplice e terribile: quando il potere perde fede nei propri valori, continua a usare i simboli ma solo come scenografia.

Il presidente, modellato da Volonté con una precisione quasi tossica, è il cuore di questa decomposizione. Non ha bisogno di urlare. Egli sorride, media, avvolge le parole in una gentilezza vischiosa. Sembra ragionevole, e proprio per questo fa paura. È il potere quando diventa pura gestione della permanenza: restare, tenere insieme, rinviare, non esporsi mai del tutto. Un leader che non guida più nulla, se non la propria durata.
Qui l’autodistruzione politica non arriva come una tragedia classica, direi più un esaurimento dell’anima. Il partito non crolla perché perde un’idea, ma perché non ne ha più nessuna che non sia la pura sopravvivenza. E quando un potere non crede più nemmeno nella propria retorica, resta solo l’interesse. Prima quello di corrente, poi quello personale; e infine, inevitabilmente, quello di chi ha più strumenti, più denaro, più accesso.

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È il passaggio che ci riguarda ancora. Quando la politica smette di immaginare il bene comune, il vuoto non resta vuoto a lungo. Viene riempito, prima dalla finanza, che non chiede consenso ma convenienza e poi dalla tecnologia, che non promette visione ma efficienza. Cambiano i linguaggi, non la logica: il potere si presenta come servizio, ottimizzazione, neutralità. Ma dietro la faccia pulita continua a chiedere la stessa cosa di sempre: obbedienza senza troppo pensiero.
“Todo Modo” lo aveva già intuito nel suo modo grottesco e profetico: il potere ama travestirsi da ordine proprio quando è più malato. Ama i tavoli lunghi, le formule misurate, le parole prudenti, i riti senza trascendenza. Più si svuota, più si imbottisce di forma. È una regola che vale in politica, ma anche nella vita. Quando un’organizzazione non sa più perché esiste, si aggrappa alle procedure. Quando una persona non sa più cosa difende, si rifugia nel suo ruolo sociale.
Per questo il film non resta chiuso negli anni Settanta. Lo riconosciamo anche oggi, in piccolo, nelle riunioni dove nessuno nomina il vero problema. Nelle istituzioni che difendono il proprio apparato più della propria missione. Nelle parole pubbliche piene di responsabilità e vuote di rischio. E perfino nelle nostre vite, quando continuiamo a recitare una funzione solo perché ci garantisce un posto, uno stipendio, un’appartenenza. A forza di proteggerci, diventiamo amministratori del nostro stesso svuotamento.

La Calabria, qui, entra come ferita e memoria. Terra che ha conosciuto da vicino il peso dei partiti, dei notabili, dei padronati, delle fedeltà chieste in cambio di protezione. Una terra dove il rapporto tra potere e prossimità non è mai astratto: ha nomi, volti, tavole apparecchiate, favori che sembrano affetto e invece costruiscono dipendenza. “Todo Modo” rende tutto questo quasi sacrale nel senso peggiore: non il sacro che eleva, ma il sacro che immobilizza.
E anche la religione, nel film, dice una cosa molto contemporanea. Non scompare: si svuota. Resta il gesto, il lessico, la cornice morale. Ma se manca la trascendenza — cioè qualcosa che giudichi davvero il potere dall’alto e dall’interno — allora il rito diventa una stanza chiusa dove i colpevoli si confessano senza mai cambiare. Una liturgia dell’autoconservazione. Un’ottima idea, se sei un partito, una pessima, se sei una civiltà.
Il punto, allora, non è solo riconoscere la corruzione del potere, ma il momento esatto in cui il potere comincia a consumare se stesso lasciando dietro di sé un vuoto. E capire che quel vuoto, se non viene riempito da pensiero, comunità, responsabilità reale, sarà sempre occupato da qualcosa di più freddo: interessi, algoritmi, mercati, automatismi. Il film di Petri resta una satira perché ride, ma ride come un medico legale davanti a un corpo che conosce bene.

Ed è qui che la puntata si chiude dove dovrebbe: non su una morale, ma su un’allerta. Il potere politico si autodistrugge quando smette di avere un fine e conserva solo la tecnica della propria durata. Da quel momento non governa più, amministra il proprio fantasma. E i fantasmi, si sa, attirano sempre nuovi sacerdoti.
Domanda finale: in quali punti della tua vita stai scambiando la forma per il senso, definendola ancora ordine?
Una frase da portarsi via: quando il potere perde i valori, non cade subito, prima si imbalsama.

Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato è sceneggiatore, regista e produttore cinematografico calabrese, nato a Cosenza. La sua carriera è fondata su un approccio da artigiano dell’immagine: scrittura, regia e produzione avanzano insieme, con cura per atmosfera, dettagli visivi e ritmo narrativo. I viaggi della sua vita e l’incontro con persone e luoghi nutrono il suo cinema, sempre in equilibrio tra realtà e visione, tra radici e movimento. Tra i suoi lavori principali figurano “Il colore verde della vita”, candidato ai Premi David di Donatello, “Judas”, vincitore del Madrid International Film Festival e Il Cammino – Viaggio in Calabria, distribuito da Amazon Prime Video. È anche manager e fondatore della BIG DIGITAL EYE | Media House, realtà dedicata alla produzione e allo sviluppo di progetti audiovisivi. Nel suo percorso, la Calabria non è soltanto un’ambientazione: è una bussola emotiva. E ogni storia è un ritorno che somiglia, ostinatamente, a una nuova partenza.

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