CINEMATIKA Summer Edition | Lo scarto del paesaggio

12 Luglio 2026
Un frame tratto da "Paesaggio nella nebbia" di Theo Angelopoulos

Arrivo a Pentedattilo nel primo pomeriggio, la sensazione è immediata, sento che questo non è un luogo che si lascia usare facilmente. La strada stringe, sale, poi si apre su una roccia che sembra una mano pietrificata. Le case stanno lì come se avessero smesso da tempo di chiedere spiegazioni al calendario. La stanza dove mi fermo è essenziale, quasi provvisoria, e proprio per questo giusta. Appoggio la sacca, apro la finestra, la montagna entra tutta insieme come una consolazione e imponendomi una domanda.

Nel mio peregrinare ho incontrato paesaggi che accompagnano e paesaggi che deviano. Pentedattilo appartiene alla seconda specie. Qui non ti senti confermato ma messo di traverso. Il borgo, la roccia, i vuoti tra una casa e l’altra, il silenzio che non è pace ma sospensione; tutto lavora contro l’idea rassicurante di un paesaggio da cartolina. Per questo è il luogo giusto per Paesaggio nella nebbia di Theo Angelopoulos. Quel film sa che a volte il paesaggio non protegge il viaggio, lo mette in crisi.

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Cammino tra i vicoli semideserti e il sole, invece di addolcirli, li scolpisce. A ogni svolta cambia la proporzione tra uomo e pietra. Qui si capisce una cosa semplice: ci sono luoghi che non sono belli perché ti fanno stare bene, ma perché sono necessari e ti obbligano a cambiare la tua posizione interiore. In un’estate piena di mare, luce e orizzonti, questo paesino, quasi fantasma, agisce dentro di me come una correzione, ricordandomi che non tutta la geografia è apertura, in quanto parte di essa serve a incrinare.

Angelopoulos filma bambini, distanze, nebbie, attese, spazi che sembrano sempre un po’ oltre il linguaggio disponibile. In Paesaggio nella nebbia il mondo non si offre come spiegazione ma resta in bilico, spesso opaco. È una lezione preziosa anche per la vita contemporanea. Siamo ossessionati dalla chiarezza immediata, dalle destinazioni leggibili, dai luoghi che si lasciano capire ogni cosa al primo colpo. Ma la verità, quasi sempre, arriva proprio dove il paesaggio ci resiste.

Pentedattilo porta addosso anche una memoria di abbandono, di frana e dispersione. Non è un vuoto astratto. È il vuoto lasciato dalle vite che se ne sono andate, dai gesti che non si ripetono più nello stesso modo, da una comunità che ha cambiato forma. Eppure il borgo non si limita a essere un monumento alla perdita, no. Egli possiede un’intelligenza dura, mostrando che il paesaggio può sopravvivere alle nostre illusioni di centralità. È già questo, se passasse davvero, diventerebbe un pensiero contemporaneo molto serio.

Nelle nostre esistenze lo scarto del paesaggio accade più spesso di quanto ammettiamo. Un evento che devia la traiettoria, una frase che non aspettavi, una fatica che ti costringe a cambiare marcia, una persona che non corrisponde all’immagine che ti eri fatto. Siamo bravissimi a chiamare “problema” tutto ciò che rompe la linearità. Eppure a volte la vera crescita entra proprio così nella nostra vita: come una deviazione non richiesta che, invece di distruggere il viaggio, gli toglie la parte inutile.

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La Calabria ha molti luoghi che abbracciano. Pentedattilo, invece, stringe. E questa è una qualità. In una regione che rischia di essere raccontata sempre per superfici seducenti, un luogo del genere rimette in equilibrio il discorso. Dice che anche il Sud ha i suoi tagli netti, le sue ferite minerali, i suoi paesaggi che non vogliono piacere. Per una rubrica di cinema questa è un’occasione enorme, evitando di promuovere il territorio come confezione, ma lasciarlo lavorare come pensiero.

Resto fin quasi a sera, quando la roccia cambia colore e il borgo sembra ancora più sospeso. Il vento, qui, non rinfresca soltanto, sposta il suono delle cose. È in quell’ora che Paesaggio nella nebbia smette di essere un titolo e diventa un metodo, ricordandoci che non tutti i paesaggi servono a farti sentire a casa. Alcuni servono a dirti con precisione che la casa che avevi in testa era troppo stretta e che il viaggio, per valere davvero, deve contenere anche il diritto di essere disorientati.

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Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato è sceneggiatore, regista e produttore cinematografico calabrese, nato a Cosenza. La sua carriera è fondata su un approccio da artigiano dell’immagine: scrittura, regia e produzione avanzano insieme, con cura per atmosfera, dettagli visivi e ritmo narrativo. I viaggi della sua vita e l’incontro con persone e luoghi nutrono il suo cinema, sempre in equilibrio tra realtà e visione, tra radici e movimento. Tra i suoi lavori principali figurano “Il colore verde della vita”, candidato ai Premi David di Donatello, “Judas”, vincitore del Madrid International Film Festival e Il Cammino – Viaggio in Calabria, distribuito da Amazon Prime Video. È anche manager e fondatore della BIG DIGITAL EYE | Media House, realtà dedicata alla produzione e allo sviluppo di progetti audiovisivi. Nel suo percorso, la Calabria non è soltanto un’ambientazione: è una bussola emotiva. E ogni storia è un ritorno che somiglia, ostinatamente, a una nuova partenza.

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