Arrivo a Bova Marina in un pomeriggio bianco, di quelli in cui la costa ionica sembra quasi trattenere il fiato. La stanza dove mi fermo è vicino al mare, non proprio sul mare, ma preferisco sia così. Il viaggio ha bisogno di un po’ di distanza per vedere meglio. Appoggio la sacca, bevo dell’acqua fredda, poi esco a piedi. Tra le stradine di questo paesino, l’ascolto del mio battito diventa reale, amplificato dal caldo, dove la strada quasi vuota mi offre una degna riflessione: lasciare spazio alla voce altrui prima ancora che prendercene cura.
La costa grecanica bassa è un luogo strano e prezioso per una puntata sull’ascolto. Non si impone, non strappa applausi rapidi, non cerca l’effetto monumentale, eppure è piena di strati. Il mare, la piana, le memorie profonde, le lingue, i transiti, le sopravvivenze. Cammini attraversandola e capisci che alcune zone del mondo non chiedono di essere descritte ma di essere ascoltate abbastanza a lungo da smettere di confonderle con il silenzio; perché anche quel mutismo porta con sé un significato profondo.

Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami è, in fondo, uno dei grandi film sull’ascolto. Esso costruisce il viaggio come una serie di conversazioni in cui una vita cerca di essere raggiunta da altre vite. L’uomo al centro del film non desidera spiegazioni astratte, ma cerca una voce, un contatto, un altro essere umano che possa rimettere in discussione il bordo della sua decisione. Un film che spiega con chiarezza la differenza tra ascoltare e attendere il proprio turno per parlare.
Nella vita quotidiana siamo sempre più esposti e sempre meno ascoltati. Comunichiamo molto, riceviamo pochissimo. Soprattutto sentiamo parole, ma raramente ci fermiamo abbastanza da lasciarle scendere. L’ascolto autentico ha qualcosa di faticoso perché sospende il nostro ego, la nostra voglia di interpretare subito, di risolvere, di giudicare. Ci chiede di restare un momento dentro la frase dell’altro senza usarla immediatamente per tornare a noi stessi.
Bova Marina mi fa pensare a questa difficoltà. Il luogo è disteso, ma non passivo. La luce è forte, ma non aggressiva. Sulla costa e nelle strade laterali senti una presenza sommessa di storie che non hanno mai smesso del tutto di attraversarsi. Qui l’ascolto non è solo una virtù personale, è una forma di convivenza. Un territorio del genere sopravvive anche grazie a ciò che si tramanda a voce bassa, a ciò che non entra nei titoli ma resta nei modi di nominare il mondo.
All’improvviso, incontro una anziana signora che mi indica una deviazione con la precisione calma di chi non vuole darmi soltanto un’informazione ma vuole evitare che io possa sbagliare strada. È una scena minima, eppure proprio queste scene sono il contrario del rumore contemporaneo. Nessuno spettacolo o performance, solo una piccola rettifica del cammino altrui. Forse ascoltare serve soprattutto a non lasciare che l’altro continui a procedere in un errore che noi, per un attimo, possiamo vedere meglio.
Kiarostami sapeva che i grandi temi umani passano spesso dentro gesti ordinari. Una conversazione in macchina, un paesaggio fuori dal finestrino, una voce stanca, una domanda che ritorna. Per questo Il sapore della ciliegia resta così necessario. Non spettacolarizza la crisi ma la mette in cammino e la espone all’eventualità che un’altra presenza umana possa modificarla. È un cinema che non urla, sa invece ascoltare fino a produrre una crepa.

Rientro verso sera con il mare che ha perso il bianco del pomeriggio e ha preso un colore più pieno. La stanza mi aspetta com’era, senza aver chiesto nulla. È in quel momento che il film cambia ancora una volta senso. Non più soltanto una storia sulla soglia estrema della vita, ma un promemoria severo sulla qualità dell’ascolto che offriamo e riceviamo. Se il viaggio deve servirci a qualcosa, dovrebbe insegnarci almeno questo: che certe vite non hanno bisogno di essere commentate, ma di essere ascoltate abbastanza da non sentirsi sole dentro il proprio bordo.

