CINEMATIKA | Holy Motors: la maschera è il volto che ti serve

Il film non giudica. Ci mostra un uomo che attraversa ruoli come si attraversa una città, lasciandoci addosso una domanda più precisa: quante maschere servono per vivere e quante di queste che indossiamo ci stanno rubando l’aria?
8 Marzo 2026
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Monsieur Oscar in Holy Motors di Leos Carax

La maschera non è sempre una bugia. A volte è un semplice attrezzo. La indossiamo al mattino senza accorgercene: la faccia “professionale”, la faccia “tranquilla”, la faccia “va tutto bene”. Cambiamo tono, postura, ritmo. Non perché siamo falsi, perché viviamo tra gli altri, e tra gli altri si sopravvive anche così: scegliendo quale parte di noi può stare in luce e quale deve rimanere nascosta. Holy Motors di Leos Carax prende questa situazione quotidiana e la rende cinema puro: non te la spiega, la mette in movimento.

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Spogliarsi di una vita per indossarne un’altra

Un uomo sale su una limousine. Non è un’auto: è un camerino. Un utero mobile. Le porte si chiudono e il suono della strada cambia subito, diventa ovattato. Dentro c’è odore di tessuto, trucco, pelle finta. Un respiro che si regola. La luce è fredda, pratica, come quella di un backstage. È qui che succede il vero spettacolo: non davanti al pubblico, ma nel momento in cui ci leviamo una vita di dosso e ne indossiamo un’altra.

Monsieur Oscar sale su una limousine che non è un’auto, ma un dispositivo di metamorfosi. Un confine mobile dove il suono del mondo esterno si annulla, sostituito dall’odore sintetico del lattice e del trucco. Sotto una luce fredda da backstage, avviene l’unico atto reale: spogliarsi di una vita per indossarne un’altra, trasformando il passaggio nell’essenza stessa dello spettacolo. La scena che ci resta addosso è proprio questa: il passaggio. Non tanto chi diventa Oscar, ma come lo diventa.

Il cinema tattile

La pelle nuova è un materiale. Si appoggia, stringe, fa sudare. La maschera non è poesia: è lattice, cerone, colla. Il cinema qui è tattile. Lo sentiamo quasi sulle dita, come quando stacchiamo un cerotto lentamente e per un secondo non riusciamo più a comprendere se stiamo liberando la pelle o la stiamo portando via. E mentre guardiamo questo film purissimo, una domanda semplice comincia a mordere: se possiamo vivere così tante identità diverse, dov’è quella reale, quella che ci rappresenta nel profondo? La risposta che la pellicola suggerisce non è consolante, ma è umana: forse “reale” non significa “uno”. Forse siamo veri proprio nel modo in cui ci adattiamo, ci proteggiamo, ci trasformiamo.

La maschera di Holy motors: il cinema che non giudica

Il problema non è avere maschere. Il problema è quando la maschera si incolla talmente bene che, a fine giornata, non riusciamo più a staccarla. Quando ci guardiamo allo specchio senza sapere se quello che stiamo osservando sia una faccia o una funzione sociale. Questo concetto non è astratto ma pratico. È la telefonata in cui ridiamo ma non abbiamo voglia di ridere. È la riunione in cui ci comportiamo da competenti mentre dentro stiamo tremando dalla paura. È il pranzo di famiglia in cui torniamo a essere “quelli di sempre” anche se non lo siamo più. È l’amico che ci chiede “come va?” e noi rispondiamo con la versione breve, quella che non spaventa nessuno.

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È quando ci accorgiamo che la nostra voce cambia automaticamente a seconda di chi abbiamo davanti. E non è solo difesa: a volte è amore. Indossiamo una maschera per evitare di scaricare il nostro peso su chi non può sopportarlo. A volte è mestiere. Altre volte è semplice educazione. Il film non giudica. Ci mostra un uomo che attraversa ruoli come si attraversa una città, lasciandoci addosso una domanda più precisa: quante maschere servono per vivere e quante di queste che indossiamo ci stanno rubando l’aria?

Il respiro del nostro personaggio

La Calabria, qui, entra come risonanza naturale. Non perché “siamo così”, ma perché nei contesti dove la comunità è una presenza costante – come nei piccoli centri o nelle dinamiche familiari più strette – la maschera diventa una competenza di sopravvivenza sociale. Il volto pubblico e quello privato non sono menzogne, ma adattamenti necessari a climi differenti. Chi torna dopo anni lo sperimenta sulla propria pelle: la comunità ci impone un’immagine statica, una faccia rimasta appesa al muro del passato che non coincide più con il respiro di chi siamo diventati.

Holy Motors è una storia che sembra assurda e invece è fin troppo realistica. È la sensazione contemporanea di dover essere sempre “qualcuno”: performante, presente, definito, per la paura che se ci fermiamo un attimo non resta niente. Che senza ruolo non ci sia un volto. Eppure il cinema, qui, fa una cosa utile: ci restituisce il corpo, ricordandoci che sotto ogni maschera c’è un respiro e quel respiro è nostro, non del personaggio. Che possiamo cambiare ruolo, sì, ma possiamo anche tornare indietro dove non serve convincere nessuno. La maschera in sé non è l’errore.

Il punto di rottura

Il punto di rottura avviene quando la finzione diventa l’unico spazio abitabile, impedendo al soggetto di rintracciare il sentiero verso il proprio sé autentico. La maschera migliore non è quella che ci nasconde. È quella che ci permette di attraversare senza perdersi. La maschera peggiore è quella che ci rende impeccabili e vuoti. Se abbiano uno specchio nelle vicinanze, poniamoci davanti a esso, con una domanda secca da porci: qual è la maschera che indossiamo meglio e qual è quella che ci sta costando di più?

Una frase da portarsi via: la maschera non è il problema. Il problema è quando diventa casa e ci impedisce di rientrare in noi stessi.

Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato è sceneggiatore, regista e produttore cinematografico calabrese, nato a Cosenza. La sua carriera è fondata su un approccio da artigiano dell’immagine: scrittura, regia e produzione avanzano insieme, con cura per atmosfera, dettagli visivi e ritmo narrativo. I viaggi della sua vita e l’incontro con persone e luoghi nutrono il suo cinema, sempre in equilibrio tra realtà e visione, tra radici e movimento. Tra i suoi lavori principali figurano “Il colore verde della vita”, candidato ai Premi David di Donatello, “Judas”, vincitore del Madrid International Film Festival e Il Cammino – Viaggio in Calabria, distribuito da Amazon Prime Video. È anche manager e fondatore della BIG DIGITAL EYE | Media House, realtà dedicata alla produzione e allo sviluppo di progetti audiovisivi. Nel suo percorso, la Calabria non è soltanto un’ambientazione: è una bussola emotiva. E ogni storia è un ritorno che somiglia, ostinatamente, a una nuova partenza.

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