CINEMATIKA | Fitzcarraldo, l’impresa impossibile che ci manca

La pellicola di Werner Herzog non va letta come elogio della follia cieca, ma come richiamo alla misura alta dell’umano. Superare i propri limiti non significa negare il reale. Significa impedirgli di diventare prigione
3 Maggio 2026
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Ci sono momenti in cui una società non crolla, fa molto di peggio: si siede e continua a parlare, a produrre, continua perfino a votare, nonostante abbia smesso di desiderare qualcosa che non sia immediatamente utile e raggiungibile. In quei momenti serve un’impresa, non necessariamente gigantesca; qualcosa che rimetta in circolo energia, rischio, ostinazione ma soprattutto immaginazione.
In “Fitzcarraldo” questa impresa ha una forma quasi folle: portare l’opera nel cuore della giungla. Non è un piano economico, non è una strategia di marketing, è un’idea che eccede il calcolo. Ed è proprio per questo che ci riguarda. Perché oggi viviamo come calcolatrici esauste, le visioni abbastanza forti, quelle che smuovono ideali e fiumi di persone, sono lontane dal nostro credo vitale.

Soffermiamoci su di una scena del film semplice ma brutale: un battello da trascinare su per una montagna. Legno, fango, corde, sudore. Quella nave non dovrebbe stare lì, proprio per questo diventa un simbolo. Ogni impresa autentica comincia così: come qualcosa che appare fuori posto, sproporzionato, quasi ridicolo agli occhi di chi misura tutto soltanto in termini di profitto e fattibilità immediata.
Werner Herzog filma questa fatica senza abbellirla. Si sente il peso, le carrucole gemono, il motore tossisce, il fiato degli uomini si spezza, il fango trattiene, il sole sfianca, la foresta osserva. Non c’è retorica del successo, solo il corpo che si ostina. E questa ostinazione, nel cinema come nella vita, è più importante del talento. Perché il talento accende ma l’ostinazione trascina.

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Il punto, però, non è l’ossessione individuale ma il contagio. A un certo momento un sogno smette di appartenere a uno solo e diventa un gesto collettivo. È lì che comincia la politica nel suo senso migliore: non gestione del presente, ma capacità di convocare forze intorno a qualcosa che da soli non basteremmo a realizzare.
Qui che la puntata tocca il nostro tempo. L’Europa appare spesso prudente fino alla paralisi, abile a regolamentare tutto tranne il coraggio. L’Italia sa ancora fare, ma sempre più spesso a condizione che il margine sia garantito in anticipo. La Calabria, dal canto suo, conosce il desiderio e conosce la stanchezza, ha energie immense, ma a volte le lascia dormire troppo vicino al disincanto. In tutte e tre le scale il problema è simile: si è ridotto l’orizzonte, si amministra, si protégé e si rinvia; ma non si chiama più nessuno a un’impresa.
“Fitzcarraldo” ricorda una verità semplice e scandalosa: l’economia è necessaria, ma non basta a dare forma a una civiltà. Senza un eccesso di visione, il benessere si trasforma in anestesia. Senza una ragione ulteriore, il lavoro diventa pura manutenzione dell’esistente. E quando l’esistente è mediocre, amministrarlo bene non lo rende meno mediocre.

C’è anche un elemento spirituale, qui, ma non devoto nel senso stretto. Credere non significa per forza inginocchiarsi. Significa accettare che esista qualcosa che meriti più della convenienza immediata. Un’opera, una scuola, una bonifica morale, un’infrastruttura giusta, una politica culturale seria, una comunità che decide di alzare il proprio standard interiore. Senza questa fede laica, tutto si riduce a contabilità, e la contabilità da sola non genera mondo: lo conserva, finché può.
Nella vita quotidiana lo sentiamo benissimo. Serve un’impresa quando una famiglia smette di galleggiare e decide di cambiare davvero. Serve un’impresa quando un gruppo di lavoro rinuncia al cinismo e prova a costruire qualcosa che non si vergogni di sé. Serve un’impresa quando una città torna a investire nella bellezza pubblica invece di considerarla un lusso. Serve un’impresa, soprattutto, quando una persona capisce che continuare a sopravvivere non è ancora vivere.
Per questo il film non va letto come elogio della follia cieca, ma come richiamo alla misura alta dell’umano. Superare i propri limiti non significa negare il reale. Significa impedirgli di diventare prigione. Il battello sulla montagna ci appare assurdo perché abbiamo imparato a rispettare solo ciò che funziona subito. Eppure gran parte di ciò che conta nella storia — diritti, arte, scuola, democrazia, dignità — all’inizio è sembrato antieconomico, eccessivo, perfino ingenuo.
Questa puntata deve servire a ricordarci che una comunità senza un’impresa si atrofizza. Che il coraggio non è un accessorio romantico, ma una forza organizzativa. Che ogni stagione ha bisogno di qualcuno che dica: proviamo. Non per narcisismo o per capriccio, ma per sviluppo reale delle questioni fondamentali. Per non consegnare tutto il nostro immaginario al prezzo, all’algoritmo, alla paura di perdere.
Alla fine “Fitzcarraldo” lascia addosso una domanda limpida. Non qual è il tuo sogno, che è una formula troppo facile. Ma questa: qual è la tua impresa necessaria? Quale sforzo, piccolo o grande, può rimettere in moto ciò che intorno a te si è seduto troppo presto?

Una frase da portarsi via: senza un’impresa comune, anche la prosperità diventa una stanza senz’aria.

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Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato è sceneggiatore, regista e produttore cinematografico calabrese, nato a Cosenza. La sua carriera è fondata su un approccio da artigiano dell’immagine: scrittura, regia e produzione avanzano insieme, con cura per atmosfera, dettagli visivi e ritmo narrativo. I viaggi della sua vita e l’incontro con persone e luoghi nutrono il suo cinema, sempre in equilibrio tra realtà e visione, tra radici e movimento. Tra i suoi lavori principali figurano “Il colore verde della vita”, candidato ai Premi David di Donatello, “Judas”, vincitore del Madrid International Film Festival e Il Cammino – Viaggio in Calabria, distribuito da Amazon Prime Video. È anche manager e fondatore della BIG DIGITAL EYE | Media House, realtà dedicata alla produzione e allo sviluppo di progetti audiovisivi. Nel suo percorso, la Calabria non è soltanto un’ambientazione: è una bussola emotiva. E ogni storia è un ritorno che somiglia, ostinatamente, a una nuova partenza.

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