CIELI D’IRLANDA | Migrare non è partire

Vivere in un luogo diverso dal nostro è spaesante, si affrontano problemi legati alla lingua, alla cultura, ma qui è la distanza tra il viaggiatore e chi parte per lavoro
11 Aprile 2026
Rimani aggiornato con Google News
Seguici per tutti i nuovi contenuti
Add as preferred source on Google

Finora, sotto questi cieli d’Irlanda, ho raccontato soprattutto le cose belle. I colori, la musica, quella sensazione di spazio che sembra darti respiro anche quando non sai bene cosa farne e in parte è tutto vero: l’Irlanda ti accoglie, in un modo tutto suo. Ma poi ci sono giorni diversi: giorni in cui le strade si riempiono di proteste, di voci alte, di tensioni che non puoi ignorare. In queste settimane si parla molto delle proposte legate alla fuel tax, all’aumento dei costi dei carburanti e guardando queste proteste, una cosa diventa evidente: le scelte politiche non sono mai astratte; incidono su quanto costa muoversi, vivere, lavorare, incidono su chi può permettersi certe cose e chi no e allora il passaggio è quasi naturale.

Tra desiderio e possibilità

Perché anche migrare, in fondo, è questo: non solo un desiderio, ma una possibilità concreta che dipende dalle condizioni materiali. Migrare non è partire, quella è la parte più semplice. Migrare è restare quando non capisci tutto quello che ti viene detto, quando l’inglese ti scivola addosso troppo veloce e ti ritrovi a rincorrere conversazioni invece di abitarle, quando qualcuno ti dice “lo parli bene”, ma tu sai che essere dentro è un’altra cosa. Ma prima ancora di tutto questo, migrare richiede una base: una possibilità economica, anche minima, un punto di partenza.

medium-rectangle

Non partiamo tutti in ugual modo: c’è chi ha accesso, strumenti, possibilità e chi deve costruirseli pezzo per pezzo. In Italia studiamo l’inglese per anni, ma spesso senza davvero imparare a usarlo, chi può permetterselo parte avvantaggiato, chi non può, si arrangia: serie TV, tentativi, tempo rubato e anche quando le opportunità arrivano – finanziamenti, progetti, occasioni europee – non sempre sappiamo cosa farcene. Non sempre sappiamo trasformarle in una direzione e a volte, semplicemente, non sappiamo viverle.

Il rischio di restare chiusi

Vedo spesso molti ragazzi partire e restare chiusi, nella propria lingua, nelle proprie abitudini, senza entrare davvero nel posto in cui si trovano, come se il movimento fosse solo geografico, ma non reale. È una questione generazionale? O forse è che nessuno ci ha insegnato davvero a stare nelle esperienze, oltre che a raggiungerle. E qui il discorso, per me, torna inevitabilmente a casa. Perché prima di essere qui, io ho lavorato sul territorio, sulla cosiddetta “restanza”, sullo sviluppo locale, su quell’idea – bellissima – che si possa restare e costruire. Un’idea che negli ultimi anni è tornata forte anche nel dibattito pubblico: penso, per esempio, alle riflessioni di Franco Cassano sul “pensiero meridiano”, o ai lavori di Aldo Bonomi sulle aree interne e sui territori fragili.

Ma accanto a queste visioni, si muovono anche politiche e strategie che faticano a trovare una direzione chiara, basta pensare alle polemiche più recenti sulla Strategia Nazionale per le Aree Interne. E allora torna la domanda: quanto c’è di reale, e quanto di retorico? Perché accanto a esperienze virtuose, a piccoli germogli che esistono e resistono, c’è una realtà più ampia che fatichiamo a raccontare. Quella di territori che si svuotano, di paesi che invecchiano, di economie che non si rigenerano. Negli ultimi giorni anche la cultura popolare è tornata su questi temi: il brano “Al mio paese” di Serena Brancale ha riaperto una discussione che in realtà non si è mai chiusa: che cosa sono oggi i paesi? Luoghi da vivere o luoghi a cui tornare? Perché il rischio è sempre lo stesso: trasformarli in immagini, in nostalgia, in cartoline, in qualcosa che esiste più nel racconto che nella realtà quotidiana.

Luoghi e relazioni

E invece i paesi sono vivi: sono comunità che resistono, tentano, si trasformano, sono luoghi in cui si costruiscono esperienze, relazioni, possibilità reali. Io stessa li ho attraversati e ci ho lavorato, e quei tentativi esistono. Ma sono anche fatica: sono condizioni materiali difficili, sono contesti in cui la passione rischia facilmente di diventare autosfruttamento e in cui anche la libertà d’espressione viene spesso minata. Quanto si può vivere, davvero, con 500 euro al mese? Quanto a lungo? E con quali stimoli? Con quali persone? Dentro quali orizzonti culturali? I paesi non sono solo ritorno, sono anche lotta, resistenza, fatica e allora la “restanza” rischia di diventare, a volte, una scelta solitaria. Quanto si può fare davvero, da soli? Quanto conta la politica, le strutture, le condizioni materiali?

medium-rectangle

E soprattutto: quanto siamo disposti a reggere? È anche fare i conti con contesti in cui non è sempre semplice trovare spazio per esprimersi pienamente. E allora la domanda cambia. Non è più solo “restare o partire”, diventa: dove posso stare? E a quali condizioni? Tornare per fare cosa? E con chi? Accettare compromessi, entrare in meccanismi già scritti, guadagnare poco – quando va bene – e chiamarla scelta? O restare qui, sapendo che all’inizio significa ricominciare, studiare ancora, spingere una lingua fino a farla diventare davvero tua, per provare – forse – ad accedere a qualcosa di più? Anche qui non è semplice, perché nonostante tutto, si è soli. Non è una solitudine evidente: conosci persone, parli, esci, riempi le giornate. Io stessa sono una persona aperta, socievole.

La solitudine dell’emigrazione

Eppure non basta, perché la solitudine dell’emigrazione è diversa. Non dipende da quanto sei capace di stare con gli altri, dipende da quanto, davvero, riesci a sentirti dentro e costruire qualcosa di autentico richiede tempo, lingua, stabilità. Cose che all’inizio non hai e forse è proprio questo il punto. La migrazione non è una novità, non è una parentesi, è una costante. Da secoli le persone si muovono, partono, tornano, si spostano per necessità o per scelta. Come ricorda anche Maurizio Ambrosini, la migrazione è parte strutturale delle società, non un’eccezione. Quello che cambia sono le condizioni, le possibilità, le disuguaglianze da cui si parte. E allora forse la domanda giusta non è più dove andare, ma in quale realtà siamo disposti a restare, davvero.

Rimani aggiornato con Google News
Seguici per tutti i nuovi contenuti
Add as preferred source on Google
Federica Sarro

Federica Sarro

Sono Federica Sarro, classe 1996, originaria di Torano Castello (Cosenza). Mi sono laureata con lode in Scienze per la cooperazione e lo sviluppo presso l’Università della Calabria e in discipline economiche e sociali, dove ho approfondito i temi dello sviluppo territoriale, della sostenibilità ambientale e della giustizia sociale. Nel mio percorso ho collaborato a progetti legati all’agricoltura sociale e ai sistemi agroalimentari locali, occupandomi anche di attività di analisi e supporto in ambito universitario e il CREA Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria . Ho partecipato a summer school, seminari, convegni internazionali e percorsi formativi in diversi contesti accademici e territoriali, costruendo uno sguardo critico sulle dinamiche che attraversano le aree interne e il Mezzogiorno. Accanto alla formazione accademica ho maturato esperienze concrete nel lavoro educativo e sociale con bambini, ragazzi e anziani, attraverso laboratori culturali e ambientali, attività di animazione e supporto alla comunità. Ho sempre coltivato anche interessi culturali e creativi (musica e canto, teatro, cinema, media digitali ) che considero parte integrante del mio percorso personale e professionale.
Oggi vivo a Galway, in Irlanda, alle prese con la mia seconda esperienza internazionale. Sono arrivata qui grazie a una borsa tirocinio Erasmus+ finanziata da Confartigianato imprese Calabria come social media manager. Successivamente ho scelto di riorientare questa esperienza per investire maggiormente nell’apprendimento linguistico e in un’attività diretta nel sociale: attualmente collaboro con un charity shop della Irish Cancer Society, utilizzando anche strategie per i social media.
Attraverso la rubrica su “I Calabresi” intendo raccontare percorsi di mobilità, crescita e ridefinizione personale che partono dalla Calabria e si confrontano con altri contesti, con uno sguardo attento alle opportunità ma anche alle complessità che queste scelte comportano

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Are you human? Please solve:Captcha