Il fumo non chiede permesso. S’intrufola tra le fibre dei cappotti, graffia la gola con la prepotenza della resina bruciata e ristagna nei vicoli di Saracena come un presagio denso. Prima ancora che il sole decida di suicidarsi dietro le creste affilate del Pollino, il paese è già un’immensa pira. Qui il crepuscolo non è un passaggio astronomico, ma una metamorfosi chimica. Sa di cenere, di vino vecchio, di grasso che cola. Sono i focarazzi: cataste di pino e ginestra che diventano altari improvvisati dove la devozione si consuma tra le fiamme, lontano dalle litanie asettiche delle cattedrali metropolitane. Se cercate la processione composta, il sussurro devoto o il sacro addomesticato dal riflesso bluastro della televisione, avete sbagliato millennio. A Saracena, a mille metri d’altitudine, la fede si tracanna a grandi sorsi. Si morde. Si suda.
San Leone a Saracena: il caos diventa liturgia
Quando la statua di San Leone Vescovo varca la soglia della sua chiesa, l’asse del mondo scricchiola. Non è un’uscita, è un’invasione. Il mondo smette di seguire la gravità rassicurante della gerarchia sociale e inizia a ruotare freneticamente su quello che la memoria contadina, con una precisione chirurgica che non teme la volgarità, chiama il mondo a capoinculo. È il trionfo del carnevalesco che “violenta” il tempio. È il caos che si fa liturgia. In questa notte che non appartiene né al cielo né alla terra, il vescovo di Catania, patrono di queste pietre dal 1224, accetta l’estremo compromesso, cioè farsi compagno di sbronze e di canti osceni. Il santo scende dal piedistallo per sporcarsi le mani con i suoi fedeli, in un’alleanza carnale dove il divino e l’umano si mischiano nel fondo di un bicchiere di moscato che tanto piaceva a George Gissing.
Non è un Carnevale di cartapesta
Il Carnevale del Mezzogiorno profondo non ha nulla a che spartire con le sfilate di cartapesta per turisti della domenica. Dimenticate i carri allegorici e i coriandoli industriali. Quello che accade tra queste rupi è una convulsione necessaria. Un terremoto dell’anima collettiva. Si ribaltano le gerarchie per permettere alla vita di continuare a scorrere oltre il gelo dell’inverno, ovviamente quando faceva freddo sul serio. È la messa in scena del disordine per esorcizzare l’unico spettro che davvero terrorizza il contadino, ovvero la morte e la sua sorella gemella, la miseria.
In Calabria, la festa non si guarda, si incarna. Si palesa in maschere lignee dal sorriso fisso, crudele, quasi ferino. Puzza di capra e di fumo. È una sfida lanciata in faccia alla carestia perenne, un banchetto che sfida il vuoto della dispensa. Mikhail Bachtin, se avesse camminato tra questi vicoli, avrebbe riconosciuto l’unica verità possibile dell’uomo popolare: la risata che uccide e rigenera.
La doppia vita
Per decifrare la violenza estetica di questi riti occorre abbandonare la lente sbiadita della razionalità illuminista. Bisogna immergersi nel dualismo che ha governato la cultura europea per millenni, quella doppia vita dell’uomo medievale che oggi sopravvive solo in queste sacche di resistenza rituale. Esiste una vita ufficiale, serena, gerarchica, dominata dalla Chiesa e dallo Stato. E poi esiste la seconda vita. Quella del Carnevale. Qui ogni barriera crolla.
Il contatto tra le persone diventa libero, familiare, quasi brutale nella sua sincerità. In Calabria questo non è un fossile archeologico. È una condizione esistenziale palpabile. È incastonata nelle pietre dei centri storici e nel sangue di riti scampati alla mannaia della modernità omologante attraverso una clandestinità rituale fatta di sguardi e di silenzi.
Il Carnevale è una condizione ontologica. Non si assiste allo spettacolo ma si entra nel gorgo. In questi giorni non esistono spettatori. Tutti sono partecipi di una messa-alleanza dove il sacro viene profanato non per odio, ma per eccesso di intimità.
Il tragico diventa comico
È un tempo circolare che sputa in faccia alla linearità produttiva del nostro secolo. È il tempo del divenire, dove il rinnovamento passa necessariamente attraverso la distruzione dei simboli del potere. La risata carnascialesca non è derisione superficiale. È una forza ambivalente. Trasforma il tragico in comico per rendere sopportabile il peso della schiena curva sotto il sole. Questo rovesciamento delle norme non è anarchia politica nel senso moderno. È un rito di protezione. È come gli antichi scherzi fescennini, o i canti dei legionari che insultavano il generale durante il trionfo per evitare che la troppa gloria attirasse l’invidia degli dei. Il Carnevale serve a ricordare ai potenti che sono mortali e ai poveri che la loro forza vitale è inesauribile. È la valvola di sfogo per evitare che la pentola a pressione del disagio sociale esploda in una rivolta senza ritorno.
Un teatro di guerra dei sensi a Saracena
A Saracena, la festa di San Leone tra il 19 e il 20 febbraio è l’epicentro di questo sisma. La chiesa non è un rifugio silenzioso. È un teatro di guerra dei sensi. Tra il fonte battesimale del 1592 e gli affreschi celestiali, si consuma un rito che farebbe impallidire un liturgista romano. La processione è un’ondata umana.
La statua del santo viene spinta, di notte, attraverso strade ripidissime, illuminate dai focarazzi che trasformano il borgo in un inferno dantesco di luci e ombre. Si danza. Si suonano zampogne. Si percuotono tamburelli con una foga che sa di ancestrale. Ma soprattutto, si beve. Il moscato di Saracena, nettare d’ambra ottenuto con tecniche di vinificazione che profumano di antico, scorre a fiumi. Viene offerto al santo stesso. Come se anche lui, il vescovo venuto da lontano, avesse bisogno di quell’ebbrezza per sopportare il peso delle preghiere e delle miserie che la folla gli riversa addosso. Gli anziani ricordano con nostalgia quando in chiesa si portavano salsicce e formaggio, consumati direttamente davanti all’altare. Una comunione che era allo stesso tempo gastronomica e spirituale.
Il caos abita il sacro
In questo spazio liminale, il caos abita il sacro. Non è sacrilegio dettato dal nichilismo. È un ritorno al rapporto carnale con la divinità. San Leone non è un giudice distante. È un patrono che partecipa alla fatica. C’è una leggenda locale, cupa come una notte senza luna, che racconta di ladri che tentarono di rubare la mitra preziosa della statua. Il ladro morì sul colpo. Perché con i santi non si scherza, specialmente quando sono nel pieno del loro delirio festivo.
La condivisione del cibo e del vino rafforza il senso di appartenenza. Crea un’identità che resiste all’omologazione esterna. I focarazzi sono punti di aggregazione dove si veglia tutta la notte. Le donne anziane accolgono idealmente i defunti. I giovani si innamorano sotto l’egida di un santo che sembra aver deposto il pastorale per impugnare un calice. È la democrazia del fuoco. Davanti alle fiamme e al moscato, le differenze di censo si annullano. Il paese diventa un unico corpo sociale che respira all’unisono.

Le Połëcënëllë di Alessandria del Carretto
Se Saracena è l’invasione del sacro, Alessandria del Carretto è la messa in scena visiva delle dicotomie fondamentali dell’esistenza. A mille metri d’altitudine, nel cuore del Pollino, questo paese “dimenticato”, così titolava De Seta un suo documentario, conserva uno dei carnevali più arcaici del Mezzogiorno. Domina la figura dei Połëcënëllë. Qui il rovesciamento è cosmogonico. La dicotomia tra bello e brutto diventa una liturgia della memoria che sfida la modernità fagocitante. I Połëcënëllë biëllë, i Belli, rappresentano l’irruzione della primavera. Sono la grazia del rinnovamento. Indossano abiti bianchi, scialli di seta, fiori e nastri colorati. Al centro della fronte portano uno specchio. È un oggetto magico. Serve a riflettere il male e ad attirare la luce solare.
La loro danza è un movimento ritmato, un augurio di fecondità per la terra che si risveglia.
Ma non c’è luce senza ombra. All’estremo opposto si muovono i Połëcënëllë laiedë, i Brutti. Sono l’incarnazione del disordine. Il freddo che non vuole mollare. La povertà nera. I loro costumi sono laceri, sporchi di cenere. Le maschere sono deformi, grottesche, fatte male apposta per sottolineare la caducità della materia.
Mentre i Belli danzano con grazia, i Brutti irrompono nella piazza con urla e gesti di disturbo. Rappresentano il caos da cui tutto ha origine e a cui tutto deve tornare. In questo teatro all’aperto, la tensione non si risolve. È una staffetta simbolica. Il rito culmina al tramonto, quando le maschere cadono e l’uomo torna a essere se stesso, portando però il segno di aver partecipato a un rito eterno. È sempre De Seta che, se non ricordo male, scorse in queste figure l’epitome di un rito greco che attraversa l’eternità per farsi carezza divina.

L’orso e il maiale
Il rovesciamento calabrese scava nel profondo del legame tra l’uomo e la bestia. Ad Alessandria del Carretto, l’irruzione del ferino è incarnata dall’Ursë, l’Orso. Un uomo travestito con pelli di capra, il viso tinto di nero e grandi corna. Rappresenta le forze della natura che l’uomo deve domare per sopravvivere. Viene tenuto a catena da un domatore, ma la sua ferocia ribolle. Tenta di fuggire. Minaccia gli astanti. Il momento in cui l’uomo lo doma simboleggia la vittoria della cultura sulla natura selvaggia. È un esorcismo necessario contro le paure ancestrali che queste montagne incutono da millenni.
Eppure, il rapporto più tragico si consuma lontano dalle piazze. Nei cortili. Con l’uccisione del maiale.
In Calabria del maiale non si butta niente. Non è un adagio economico. È una dichiarazione d’amore. L’uccisione è un rituale antropologico che coinvolge la comunità. È una festa che richiede una squadra di uomini per abbattere l’animale, seguita da una lavorazione frenetica che trasforma il sangue in sanguinaccio e la carne in soppressate.
Il maiale è il protagonista occulto del Carnevale. Incarna l’abbondanza in un mondo di scarsità. È il fantoccio imbottito di salsicce che rappresenta le aspirazioni di un popolo logorato dalla fame. Esistono tabù rigorosi. Le donne mestruate non possono partecipare. La loro condizione potrebbe guastare la carne. È un intreccio di credenze sulla purezza e sulla fertilità che affonda le radici nella preistoria. Il sangue raccolto è il fluido vitale che congiunge l’uomo alla terra. Vincenzo Padula lo sapeva bene. Il maiale sfidava le proteste dei sindaci che vedevano in quei riti un ostacolo alla civiltà. Invece, proprio in quella mistica del porco risiede la forza di un popolo che ha trasformato la necessità in magia.
Il mondo a capoinculo
Il mondo a “capoinculo” trova la sua espressione più potente nell’inversione di genere. L’uomo che si veste da donna non fa mimetismo. Assume su di sé la potenza generativa e distruttiva del femminile. La maschera è quella della Vecchia grinzosa con il fuso in mano. Si aggira lamentandosi per gli stenti e per la necessità di maritare le dodici figlie, i dodici mesi dell’anno. È un rito di inversione che ricorda le feste dei folli medievali, dove i preti giocavano a dadi sull’altare.
La Vecchia è spesso accompagnata da un neonato grottesco, il figlio del Carnevale. Simboleggia la continuità della stirpe in un’epoca dove la mortalità infantile era una falce implacabile. L’uomo-donna interagisce con il pubblico con linguaggio triviale. Mima atti sessuali. Chiede offerte con gesti osceni. Non è volgarità fine a se stessa. È comicità rituale fescennina. Serve a riallacciare i legami con la fertilità naturale. È il modo dell’uomo per lavorare per il dio attraverso lo sfogo del represso.
Solo Giangurgolo
In questo panorama emerge Giangurgolo. L’unica maschera della Commedia dell’Arte di origine strettamente calabrese. Il nome dice tutto: Gianni Boccalarga. Gianni Golapiena. Molte chiacchiere, molta ingordigia. Naso enorme di cartone, cappello a cono, costume rosso e giallo. È la parodia dell’ufficiale spagnolo vanaglorioso e codardo. La leggenda lo vuole salvatore di uno spagnolo dai briganti, ereditandone il compito di liberare Catanzaro. Ma la sua lotta è fatta di sberleffi, non di spade. Giangurgolo è forte con i deboli e debole con i forti. È un bugiardo cronico. Incarna i difetti umani che il Carnevale trasforma in riflessione sociale. Rappresenta la fame atavica che cerca di nobilitarsi attraverso una lingua creola, un misto di dialetto e spagnolismo, fallendo miseramente davanti alla realtà dello stomaco vuoto.
La liturgia del ventre è il cuore pulsante del rito. In una terra dove la carne era un miraggio, il Carnevale è l’apoteosi del desiderio proletario. Il banchetto non è un pasto. È una fantasia sulla vita opposta alla freddezza dei tempi moderni. Il menu è immutabile: maccheroni al ferretto, sugo denso di maiale e “casu assaj” (formaggio abbondante). I canti ricordano la distanza tra sogno e realtà. La nostalgia per la pancia piena è il motore di tutto. L’abbondanza alimentare è un dovere. Non si mangia per nutrirsi. Si mangia per sfidare l’ordine che vuole il contadino magro e il padrone grasso. Durante il Carnevale, il corpo del povero si espande. Diventa grottesco. Accogliente. Le frittole e le soppressate sono frammenti di un dio della fecondità sacrificato e consumato per garantire la rinascita della terra.
Il funerale di Carnevale
Ma ogni delirio ha la sua fine. Il martedì grasso segna il ritorno forzato all’ordine. È il funerale di Carnevale. Un momento di tristezza esilarante. Il fantoccio di paglia viene portato a braccia da una folla di vedove inconsolabili. Uomini travestiti con veli neri che intonano lamenti parodici. Si piange un re morto per eccessi alimentari. Dalla pancia gli estraggono salsicce come fossero interiora divine. Il lamento funebre calabrese, quella tecnica studiata da De Martino per mediare la crisi del patire, viene ribaltato in farsa. Si ride della morte per non averne paura. In alcuni paesi, un uomo incappucciato agita un incensiere fatto con vapori di peperoncino incendiato. Un fumo che fa lacrimare gli occhi. Non per il dolore, ma per l’irritazione.
Il cuore arcaico della Calabria
La chiusura è il rogo. Il fuoco che divora il fantoccio è catartico. Purifica. Elimina le malattie delle sementi. Allontana gli insetti. Il fumo porta via le colpe della comunità e le ingiustizie subite. Dalle ceneri emerge la Quaresima. La Coremmë. Silenziosa. Viso sporco di cenere. Abiti neri. Il tempo della risata è finito. Inizia il tempo del digiuno. La cenere verrà spalmata anche sugli orti per benedirli. Il Carnevale calabrese non è un relitto. È una struttura profonda. Ci insegna che il sacro non può essere separato dalla vita carnale, la preghiera può essere un canto ubriaco e l’identità è una danza tra bellezza e mostruosità.
In un’epoca di modernità asettica, dove tutto è catalogato e venduto, il cuore arcaico della Calabria continua a bruciare nei focarazzi. È il mondo a capoinculo che ci invita a riconsiderare l’asse della nostra esistenza. Ci ricorda che solo chi ha il coraggio di rovesciare il mondo ha la speranza di comprenderlo veramente. La cenere che resta sulle strade il mercoledì mattina non è cenere di morte. È il seme di un nuovo inizio, fertilizzato dal grasso, dal vino e dalla risata di un popolo che non ha mai smesso di ballare sull’abisso, con un bicchiere di moscato in mano e lo specchio dei Połëcënëllë puntato verso il sole.

