Tra le pagine del precedente libro di Pedretti, “Ester e il sovversivo” (2025), Ludovico, il protagonista trentino confinato a Grimaldi, incrocia fugacemente un ragazzino del luogo, dal nome Basilio. A ricordo di quella lettura questo nome porta con sé echi di passato e di oriente, restando come sospeso nell’aria di quel paese calabrese, per poi tornare oggi da protagonista, circa 10 anni dopo i fatti raccontati nel romanzo. Questa volta però sotto forma di un agile saggio.
“La scelta di Basilio. Storia di un partigiano calabrese” (ilfilorosso editore, pp.200, € 15) è l’ultimo lavoro dell’autore calabro-trentino, un omaggio ai caduti meridionali della Resistenza ed ai suoi luoghi d’origine. Rispetto ad “Ester e il sovversivo”, Pierluigi Pedretti non indulge ora nell’intreccio narrativo, quanto piuttosto nella fedeltà e accuratezza della ricostruzione storica: la vicenda di Basilio era già lì, pronta ad essere raccolta, sepolta tra testimonianze, archivi e faldoni, ed aspettava solo che le fosse data dignità e riconoscibilità storica.
Sin dall’ambiguità del cognome, Basilio Bianchi (o Bianco?), si rivela un personaggio appartenente alle frange marginali del microcosmo umano in cui vive: un cognome probabilmente determinato da un errore di trascrizione di un disattento ufficiale dell’anagrafe. È nato a Grimaldi, piccolo paese della provincia di Cosenza, il 12 novembre 1924, a pochi mesi dalla piena dittatura mussoliniana. È un bambino che non frequenta le scuole, cresce da analfabeta perché lavora nei forni del paese, deve aiutare fin da subito la sua famiglia. Cresce come un ragazzo abituato ad accontentarsi del poco che le precarie condizioni economiche possono offrire, ma cresce curioso e attento al mondo che lo circonda.
Pedretti analizza le vicende biografiche di Basilio con asciuttezza di storico, senza sfociare nella retorica o nella commiserazione, e nello stesso tempo schiva il rischio dell’oleografia, l’esaltazione dell’eroe. Basilio è piuttosto, un eroe per caso, uno dei tanti giovani che nel corso della loro vita, sospinti dal vento della guerra, dall’avvicendarsi delle vicende belliche, sono stati chiamati ad una scelta morale ed esistenziale: quella di combattere il nazifascismo. Interessante la tesi dell’autore secondo cui è stata, probabilmente, l’assenza in Basilio delle sovrastrutture retoriche che la scuola fascista inculcava nelle giovani menti, a renderlo più aperto e permeabile alle idee di giustizia, libertà e di rivoluzione sociale che intuisce dietro la lotta partigiana.
Non a caso il titolo pone l’accento sulla scelta, sul punto di svolta che porterà la giovane recluta, all’indomani dell’8 settembre, ad abbracciare la Resistenza, fino alla fine, quella sì, eroica e coerente: catturato insieme al compagno Alfredo Baraldo dopo aver coperto la ritirata di un gruppo di partigiani, viene torturato ripetutamente senza rivelare alcunché e per essere poi fucilati il 22 dicembre del 1943 a Biella con altri sventurati cittadini presi dai nazifacisti per rappresaglia.
La narrazione procede per testimonianze e ricostruzioni: l’autore evita di prendersi la scena, di introdurre elementi di giudizio o condivisione; ritorna però narratore, con accenti di empatia e poesia, quando c’è da tratteggiare il contesto ambientale in cui Basilio cresce. C’è, nelle descrizioni della Grimaldi del ventennio, la nostalgia di una comunità umile e coesa, c’è il senso dell’identità e dei legami familiari, il profumo del pane appena sfornato e la solidarietà nei confronti di chi ha di meno e di chi viene da lontano, portando con sè idee nuove e desiderio d’altrove: tutti questi elementi costruiscono, più che un contesto, un personaggio autonomo, dotato di un suo lirismo. È forte, e probabilmente legato all’identità composita dello scrittore, il senso della contaminazione, l’incrocio di culture da Nord a Sud che,genera spirito critico e consapevolezza. E c’è, forse, nel ritratto psicologico che l’autore prova a definire, interrogandosi sulle motivazioni che hanno orientato il cammino del giovane grimaldese, un’eco del suo vissuto di docente, abituato ad interrogarsi sui pensieri e la costruzione del futuro dei suoi giovani allievi.
L’apparato fotografico e iconografico, insieme alle note storiografiche, oltre che rendere ragione del rigore della ricerca storica, hanno il merito di dare forma visiva e ricostruire un quadro completo di un periodo di cui si parla molto, ma probabilmente si comprende ancora poco: un periodo nel quale ognuno è stato chiamato a scegliere, in quale direzione orientare il futuro, per sé e per chi gli è sopravvissuto.
