Trenta anni fa, l’allora indimenticato presidente della Provincia Antonio Acri, assieme al Quotidiano della Calabria, invitò a Cosenza Settimia Spizzichino, una delle poche sopravvissute al rastrellamento del Ghetto di Roma e al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, perché incontrasse gli studenti. Era Novembre e a Cosenza era in corso la campagna elettorale che avrebbe portato Giacomo Mancini a guidare la città per il suo secondo mandato da sindaco. [caption id="attachment_35989" align="alignnone" width="1024"] Settimia Spizzichino[/caption] Allora scrivevo per il Quotidiano e insegnavo nel liceo di Cassano ed ebbi la possibilità di portare la signora Spizzichino a parlare con gli studenti e le studentesse di quel liceo. Era ospite di un albergo del centro città, andai a prenderla lì la mattina presto e al bar dell’albergo trovammo il candidato che Alleanza Nazionale, il partito di Fini in cui da ragazza militava la Meloni, aveva imposto alla coalizione di centro destra come eventuale vicesindaco. Il signore si offrì di pagare i caffè, presentandosi piuttosto impettito e dopo aver scandito il nome tenne a precisare: «candidato al comune per A.N» Con una ironia tagliente, che la caratterizzava, Settimia rispose pronunciando il proprio nome e aggiungendo: «sopravvissuta ad Auschwitz». Andammo via ridendo e naturalmente dopo aver pagato noi la colazione. Un giorno indimenticabile e durissimo Quel giorno fu indimenticabile e durissimo. In macchina Settimia era incontenibile, tra una delle mille sigarette e l’altra già si immaginava davanti ai ragazzi, lei che aveva deciso di dedicare la vita al racconto nelle scuole dell’orrore che aveva visto e che non l’aveva uccisa. Il liceo l’accolse in uno spazio nelle scale, perché gli studenti erano troppi e lei subito prese l’attenzione e il cuore di tutti. Le sue parole semplici e affilate esigevano il silenzio e molto presto non pochi uscirono dall’atrio dove si svolgeva l’incontro in preda alla commozione. [caption id="attachment_35987" align="alignnone" width="891"] Settimia Spizzichino, già molto anziana, durante una visita ad Auschwitz[/caption] Del resto era difficile reggere fino alla fine al racconto degli appelli fatti nel gelo ogni mattina, dello sforzo di portare fuori dalle baracche le compagne troppo deboli o malate per lasciare il tavolaccio dove si dormiva, ché altrimenti sarebbero state per questo condannate a morte. Durissimo dare corso all’immaginazione dettata dalle sue parole che descrivevano Mengele alto, elegante, gelido, mentre passava in rassegna le donne che avrebbe scelto per i suoi esperimenti di genetica. [caption id="attachment_35988" align="alignnone" width="605"] Josef Mengele[/caption] Il racconto dell'orrore Era straziante immaginare quella baracca, la sola da dove usciva un filo di fumo perché l’unica provvista di una stufa e che era adibita a ospitare quelle donne scelte dall’ “Angelo della morte” per i suoi studi ed era impensabile che quel luogo fosse perfino ambito, perché lì si mangiava e si era esonerati dai lavori forzati. Lì finì Settimia Spizzichino, per poi affrontare il lungo e disperato cammino fino a Bergen Belsen, dove finalmente gli anglo americani la liberarono assieme a chi come lei ce l’aveva fatta. Un rito stanco e distratto, mentre tutto può ancora ripetersi Oggi il Giorno della Memoria rischia di essere un rito, stanco, replicato spesso senza la sensazione di orrore e sgomento che certe storie dovrebbero suscitare, distratti davanti alle tragedie attuali, alle tentazioni autoritarie che emergono con prepotenza. Ci vorrebbe una Settimia Spizzichino in ogni scuola oggi, ci vorrebbero la sua voce roca e il suo racconto per farci tremare ancora, ma lei non c’è più, i testimoni sono quasi tutti morti e chi la Storia vorrebbe riscriverla può provare a tirare un sospiro di sollievo.