di Tommaso Scicchitano C’è una sottile linea che attraversa i corridoi della scuola pubblica italiana. Non è tracciata sui pavimenti di linoleum, ma sulla carta intestata della burocrazia scolastica. È il confine mobile, spesso invisibile, tra educazione e catechesi, tra cultura condivisa e confessione di parte. L'ultimo caso, scoppiato l'8 gennaio 2026 all'Istituto Comprensivo Patari-Rodari-Pascoli-Aldisio di Catanzaro, è da manuale. Non per la gravità dell'evento in sé, ma per la cristallina onestà involontaria con cui ha messo nero su bianco un'ipocrisia nazionale. [caption id="attachment_35941" align="alignnone" width="900"] Il concetto di laicità è sempre sotto attacco[/caption] La "Schizofrenia" Burocratica Tutto nasce da una circolare: la scuola annuncia una mostra dedicata al Beato Carlo Acutis, il "santo patrono di internet", il millennial in sneakers che la Chiesa ha elevato agli onori degli altari, tra l'altro commettendo un errore, perché intanto il Beato è diventato Santo... Leggendo la presentazione, siamo nel campo della pedagogia civica: si parla di "attività educativa", di "uso consapevole della tecnologia", di "valori positivi". Tutto ineccepibile. Poi, però, si volta pagina. Si arriva al modulo di autorizzazione che i genitori devono firmare. E qui la musica cambia, bruscamente. Le famiglie sono chiamate a dichiarare di essere "a conoscenza che l'attività ha una connotazione legata alla religione cattolica". Ecco il cortocircuito. Per la scuola, l'evento è cultura; per la liberatoria legale, è culto (o quasi). Non è sciatteria: è il sintomo di un sistema che non sa più come nominare le cose. Se è cultura, perché serve l'autorizzazione specifica "religiosa"? Se è religione, perché viene presentata come educazione civica universale? Un Principio Supremo (ma invisibile) Per capire perché quella circolare è un problema, bisogna riavvolgere il nastro al 1989. In quell'anno, con la sentenza 203, la Corte Costituzionale fu lapidaria: la laicità è un "principio supremo dell'ordinamento". Non è un accessorio. Significa che lo Stato non è indifferente alle religioni, ma ne è equidistante. Garantisce la libertà di tutti proprio non sposandone nessuna. Eppure, a 37 anni di distanza, la "laicità all'italiana" somiglia a certi limiti di velocità: tutti sanno che esistono, ma adeguarsi è facoltativo. A differenza della Francia, dove la laïcité è scolpita nell'articolo 1 della Costituzione, in Italia il principio va dedotto incrociando cinque articoli diversi. È una laicità "interpretativa", figlia di un compromesso storico tra lo Stato liberale e l'ombra lunga del Concordato (rivisto, ma mai superato, nel 1984). [caption id="attachment_35933" align="alignnone" width="784"] Nel 1984 Craxi e Casaroli firmarono il nuovo Concordato tra Stato e Chiesa[/caption] L'Italia divisa in due Mentre la politica discute di altro, le aule scolastiche stanno vivendo una rivoluzione silenziosa che i dati del Ministero (ottenuti dall'UAAR) fotografano impietosamente. L'Italia si sta spaccando. Nell'anno scolastico 2023/2024, oltre 1,3 milioni di studenti (il 17%) hanno detto "no" all'ora di religione. Ma il dato nazionale è una media del pollo che nasconde due Paesi diversi. Al Nord, la scuola è già secolarizzata. A Firenze e Bologna, un ragazzo su due non frequenta l'ora di religione. L'aula si svuota a metà. Al Sud, la resistenza è minima. In Calabria, Sicilia e Puglia, chi sceglie l'alternativa è spesso sotto il 10%, a volte sotto il 5%. Non è solo fede, è pressione sociale. Al Sud, dire "non mi avvalgo" significa spesso uscire dal gregge, esporsi, diventare "l'eccezione". E la scuola, invece di tutelare questa scelta, spesso la disincentiva con la logica dell'inerzia. [caption id="attachment_35936" align="alignnone" width="300"] In Francia il principio di separazione tra la laicità dello Stato e fedi religiose è estremamente rigoroso[/caption] Il Paradosso dell'Opt-Out Torniamo a Catanzaro. La frase nel modulo, "è buona norma specificare che per chi non autorizza la visita verranno garantite attività didattiche alternative", tradisce tutto. L'attività religiosa è il default; l'alternativa è l'eccezione da gestire, il problema logistico. Il meccanismo è quello dell'opt-out: sei dentro finché non dici esplicitamente che vuoi stare fuori. È qui che il "principio supremo" della Corte Costituzionale si infrange contro la realtà dei corridoi. Sulla carta, l'ora alternativa deve essere dignitosa quanto quella di religione (lo dicono il Consiglio di Stato e i Tribunali). Nella pratica, troppo spesso si traduce nel "parcheggio": studenti smistati in altre classi, lasciati a studiare da soli, o messi in corridoio. [caption id="attachment_35945" align="alignnone" width="1200"] Le scuole sono obbligate a organizzare progetti educativi alternativi per i numerosi studenti che non seguono le lezioni di religione cattolica[/caption] La normalizzazione dell'eccezione Carlo Acutis non è una figura neutra. È un modello devozionale specifico, con pratiche (rosario, messa, adorazione) che appartengono a una fede precisa. Proporlo come paradigma universale in orario scolastico significa dire a un bambino musulmano, ebreo, o figlio di atei: "Questo è il modello giusto, tu sei l'ospite". Una scuola pubblica davvero laica non è una scuola che odia la religione. Al contrario. È una scuola che distingue con rigore chirurgico tra lo studio del fatto religioso (storia, cultura, arte) e la promozione della fede. È uno spazio dove nessuno deve giustificarsi per ciò che crede o non crede. Finché dovremo firmare moduli che ammettono, tra le righe, che l'educazione civica è diventata catechismo, quella laicità resterà solo una bellissima sentenza scritta su carta ingiallita. E la scuola pubblica avrà fallito la sua missione più alta: essere la casa di tutti, non la parrocchia di molti.